Il coso che si avvicina al porto, rumoroso e tracotante di spuma, è un peschereccio che ritorna dal largo. Il porto è Faro, capitale dell'Algarve, fascia costiera e più meridionale del Portogallo, una Calabria di lusso.
L'imbarcazione, sozza di un bianco-celeste violentato dal verde della salsedine, ha raggiunto il molo. Ondeggia, traballa, si appresta a far manovra col sedere della poppa. Quindi taglia il mare del molo col motore e con l'elica. E sempre sbuffando vapori di retromarcia, il barcone ora viene ancorato alla più buona, tra spirali di cordame e grida di pescatori in pensione, che dal molo sbracciano tutti insieme, gesticolando qualcosa di incomprensibile al comandante del peschereccio. Dopo un grugnito finale, il motore si ferma ed il peschereccio torna ad essere un coso che tace, scacazzando un'ultima macchia nera di petrolio su un lurido specchio dove si riflette il cielo tinto dal vermiglione liquido del mattino.
A gennaio, nell'Algarve, un vento caldo e poco variabile, senza troppi rinforzi, accoglie con ellissi di gabbiani il lavoro onesto dei suoi pescatori di tonno e sardine. È l'alito di una mamma di sabbia, intrisa di sale, protetta solo dai crateri dei vulcani. Provare a fotografarla è follia. Da mezz'ora due turisti inglesi col grandangolo provano inutilmente ad inquadrare l'universo.
Guardo i pesci, quelli grossi ed assottigliati, forse sardine. Muoiono bene, muoiono in gruppo, a turno e timidamente, quasi vergognandosi di non saper vivere al contatto dell'aria. Con le code a mezzaluna danno un ultimo brusco strattone di vita. Le squame sguizzanti riflettono il cielo fotografato dai turisti inglesi e quasi ripropongono un grado di esultanza prima dello strattone della morte. Finiranno sott'olio.
Mi trovo qui sul molo ad attendere l'autobus della Rodoviaria Nacional, che mi porterà via da Faro e dalle sardine alle otto in punto. Il mezzo che prediligo è quello dei poveri, l'accellerato dei lavoratori del sale, dei tagliapietra del marmo e dei falegnami del sughero. I due turisti inglesi, Mr and Mrs Peacock, mi consigliano il taxi. Io rifiuto. Amo l'autobus perché mi ricorda il mio vecchio postale degli umbri della Valtiberina, che trasportava all'andata il ritmo estenuante del dolore, e al ritorno - incunenadosi nella valle dell'Assino fino a Gubbio - quello evanescente del piacere.
Ma i Peacock non ne sono convinti. Insistono col taxi. Mi dicono che si tratta di un viaggio sudicio e triste. Tengono a precisare che l'autobus non trasporta solo sublimi vedute e balocchi di sole, ma anche il concime incrostato sui sandali dei contadini di Boliqueime, gli strattagemmi dei mercanti di Loulé, gli stracci degli zingari di Ferreiras, i coltelli dei furfanti di Alcantarilha, le cantilene dei pazzi di Armação de Pera, le giare di Dão degli ubriaconi di Lagoa ed infine i papponi delle meretrici di Portimão.
Ma ecco materializzarsi, assecondando un debole rilievo di terra che costeggia il mare, la Rodoviaria Nacional, l'autobus dei poveri, unità anziana e sottoutilizzata, lunga e snella, livrea bianco-arancione con tettoia nera. Trasporta ruggine e fatica,
entrambe necessarie e superflue; scarsità ed eccesso, zone di virtù socialista e divergenze del peccato. Trasporta soprattutto la supremazia del fato sulle cose portoghesi, l'eccetera della vita, qualitas occultas del mare e della campagna.
Ci entro dentro e mi accorgo che l'autista è un signore piccino piccino e nervoso, col cappello a visiera. Un altro, il controllore, è un giovanottone ammosciato ma di positura composta. Assomiglia a Oscar Wilde. Anzi, credo sia proprio lui. Mi si avvicina con una macchinetta di soldi che gli penzola dal collo. Pago i trecento escudos perché Oscar non accetta gli euro. Infatti non accetta nulla. Parla da solo, borbotta, forse alludendo a scompensi e perdite di introiti, sostenitore anche lui - come tutti i suoi passeggeri - del reddito della terra e dell'allevamento. Poi se ne torna in fondo all'autobus, a controllare. E dopo aver controllato e controllato, come un mulo, Oscar Wilde raglia una specie di vamos facendo segno all'autista che si può ripartire. L'ometto col cappello a visiera si arrampica sul volante quasi con eleganza, poi sul cambio con grinta, poi ancora sul volante. Una due tre sgassate di metano e, olè, ci allontaniamo da Faro con una cortina di fumo nero che mi penetra nei polmoni. Tossisco e saluto i Peacock, che mi fotografano, scettici e delusi dalla mia scelta. La prossima fermata, o paragem, è tra ventisette chilometri di sole, aranci, limoni, avocado e banane.
Due nuvole di calabroni si posano sulle sardine tumide di morte. I pescatori fumano le loro orribili culebras, delle nazionali senza filtro e senza più tanta speranza. Chiudo gli occhi e penso a quante sardine sono rimaste ancora al largo, vive, libere, lontane dalla minaccia delle reti e degli scoppi della dinamite. Mi rassicuro: ce ne saranno ancora fino alla fine dell'uomo e della storia. Dal finestrino sporco di sputi di polvere, deduco che uccidere fa bene alla vita, fintanto che c'è vita da uccidere.
Mano a mano che sale, la strada si infittisce di curve. L'autobus prima fatica sul dosso, poi libero si rovescia sull'aperta campagna, si strofina sugli alberi, li seduce con la sua velocità, ne ottiene intervalli di sole. Il sole mi filtra negli occhi. Se provo a guardare dal finestrino, vedo tutto alla rinfusa, come vedeva Cezanne: una geometria latente di campi, tappezzati da mandorli in fiore che maneggiano i lembi di colline mosse dalle false circonferenze di mulini a vento. I fusti delle palme, seghettati dal verde e dal nero, oscillano e accarezzano con i rami l'aria adiacente agli angoli del cielo. Se un tempo apprezzavo i diamanti - riflettendoci - oggi forse comincio a valutarne non più lo splendore ma solo il taglio delle sfaccettature laterali. Passati i quarant'anni, ci si accorge di una nuova planimetria nei viaggi, come nella vita. È una filigrana di sensazioni nuove, finora sconosciute, dalle fattezze delicate e confortanti, un giorno diafane dall'indifferenza, oggi sempre più consistenti e palesi - se non proprio ovvie - nella loro coinvolgente attualità. Nel "migliore dei mondi possibili", si avvertono ora tutte le ipotenuse e i cateti di un teorema, quello delle nature morte. Sono sensazioni esterne che rafforzano il significato della fugacità, della caducità, della transitorietà dei nostri itinerari di fronte all’inevitabile trascorrere del tempo, inevitabile
capolinea e grande conclusione di tutti i nostri viaggi:
As for man, his days are as grass:
as a flower of the field, so he flourisheth.
For the wind passeth over it, and it is gone.
And the place thereof shall know it no more.
Le motociclette dei contadini carichi di mogli, figli e roba da vendere sorpassano il mezzo della Rodoviaria Nacional. I bolidi rossi (forse delle vecchie Gilera) si arrancano verso Loulé, che come un presepio napoletano ora sorge all'orizzonte emanando riflessi di cartapesta e porporina sopra le sue terrazze di terra, filari di limoni e la bianca, rassegnata compagine delle abitazioni popolari. Oggi, in paese, è giorno di mercato.
Ma non illudiamoci; Loulé non possiede una cattedrale e tantomeno un ristorante che si meriti una stella sulla guida Michelin. L'architettura è quella delle cattive pretese periferiche a tono organizzativo, con assurde disposizioni planimetriche che facilitano movimenti di merci inesistenti. Gli occasionali modernismi sono magazzini, impianti di carico e scarico che non caricano e non scaricano, piani inclinati inutilizzabili, paranchi e nastri trasportatori che non trasportano altro che un anacronismo di un paese che soffre la sua solitudine cosmica, la sua distanza da tutto e che drammatizza aspramente la propria inquietudine solo tramite le grida medievali del mercato, ogni lunedì, dalle dieci a mezzogiorno.
Sulla piazza principale sorge l'unico monumento, forse un vecchio minareto trasformato nei secoli in chiesa Cattolica, oppure una chiesa Cattolica oggi minareto. Lo spazio antistante la chiesa-minareto è stato allestito in modo da ospitare la solerzia delle merlettaie ed il chiasso della compravendita di capretti. Gli animali vengono messi all'asta e tastati da omaccioni neri, vestiti col fustagno della festa. Tastando, gli offerenti formulano opinioni in merito, ora scambiandosi degli insulti che mirano all'accordo reciproco, ora dei convenevoli che mirano solo all'insulto. I capretti si fanno tastare, senza porre resistenza, abituati alla morte e al baratto.
Altre bestie di Loulé ci tagliano la strada. Il mezzo della Rodoviaria Nacional,
a passo d'uomo, cerca lo spazio necessario alla manovra. Riposta la macchinetta dei soldi, Oscar Wilde è ora impegnato a sbraitare e gesticolare, facendosi strada con la voce tra le voci e con le mani tra le mani del mercato. La strada principale che conduce al centro di Loulé è contagiata dalle febbrili attività delle bancherelle. Le strade secondarie sono dei fossi melmosi, del tutto impraticabili. Nel flusso grottesco e caotico della vendita e dello scaricabarile, tra spintoni e gomitate, si vende di
tutto, dai cellulari giapponesi ad inutili binocoli a raggi ultravioletti, da flaconi di Paco Rabanne a gabbie di canarini, da semi salati a macchine fotografiche digitali e mutandine malinconicamente sexy. Sullo sfondo, in aperto contrasto, sorgono le globalizzanti utopie delle concentrazioni di capitale, cantieri di grossi fabbricati che un giorno elimineranno non solo la concorrenza di questo mercatino, ma forse la stessa comunità rurale di Loulé.
Nel groviglio mi accorgo della presenza dei Peacock, appena arrivati col loro taxi, pallidi e smarriti, con l'obiettivo in cerca di una cattedrale che non esiste. L'autobus riesce finalmente a raggiungere la fermata sotto gli sguardi di un folto numero di giovani taciturni, calvi, addossati al muro; fumano un tabacco nazionalpopolare con atteggiamento xenofobico e sono la viva testimonianza della norma senza sbocchi di un'organizzazione sociale instabile, di uno spazio rurale con pretese territoriali urbane, di un paese senza cattedrale. Gli skin-heads indossano occhiali da sole, tatuaggi e magliette riportanti indistintamente svastiche e immagini di rappisti bianchi, tra i quali Eminem. Dalla fessura della provincia che li ha partoriti,
osservano il mezzo della Rodoviaria Nacional con il quale un giorno forse si
allontaneranno da quella fessura per scoprire il mondo, penetrando altre fessure. I capretti, intanto, vengono macellati.
Salgono a bordo i passeggeri che da Loulé dovranno raggiungere Portimão. Oscar Wilde continua a far scattare la sua macchinetta, trac-trac, trecento escudos a botta, non vuole gli euro. C'è una zingara colossale che trasporta una scatolina legata con lo spago; dentro la scatolina pigolano sei pulcini. La zingara coricandosi invade due posti. Ne nasce un battibecco. Interviene l'autista col cappello a visiera. Intanto, le mammelle di una bambina-madre, scura di carnagione, elargiscono la loro fertile bellezza allattando un neonato ghiotto di vita. L'uomo che le siede accanto, il bambino-padre, osserva seriamente il fenomeno, studiando attentamente ogni poppata e aggrottando la fronte. Guarda sua moglie che a sua volta guarda il cielo. Finito di allattare, la bambina-madre nasconde i seni dentro una specie di fagotto, sotto lo sguardo curioso e divertito del consorte. La provincia, come una madre, ha tutto l'aspro di ciò che è perduto ma inquietamente perdurante. Viaggiando, come vivendo, ci si stacca definitivamente dalla mamma. Ci si crogiola nella distanza, ci si tinge stranieri - oh, yes - anche a noi stessi.
Ed ecco che Oscar Wilde scende a orinare sui campi di Cezanne, tappezzati dai mandorli in fiore, protetti dalle colline seghettate da circonferenze di mulini a vento. Tra breve, il mezzo della Rodoviaria Nacional ripartirà ancora una volta, emigrando dal centro verso la periferia per tornare al centro. Forse scenderà imberbe nell'Averno, toccando il fondale di Proserpina per poi riunirsi, adulto, al tempo. Forse passeranno gli anni, e i chilometri. Forse il viaggio finirà con un'imprevedibile frenata, in un qualsiasi presumibile fosso. Oppure la Rodoviaria non partirà più. Mai più.
Ma con una fragorosa risata, Oscar Wilde ha sgrullato il suo membro, soddisfatto. È poi risalito a bordo. Ha poi urlato il suo vamos. Si riparte. Si ricomincia. Il viaggio continua.
Il ripristinamento del gioco è la parte migliore di noi stessi.
Lo diceva anche Schiller.
Testo e illustrazione: Stefano Maria Baratti.
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