LE LEZIONI “MIMATE” DEL PROF. MARIO EMILIO BARATTI Nel 1990, il popolare giornalista televisivo - recentemente scomparso - Paolo Frajese, produsse per la RAI una rubrica intitolata "Trent'anni della nostra storia", una rassegna di cronache, eventi e protagonisti che incisero sul panorama storico-culturale del dopoguerra italiano. Nel settore dedicato alla pubblica istruzione negli anni sessanta, Frajese volle segnalare un personaggio singolare, il Prof. Mario Emilio Baratti, docente presso l'Università per Stranieri di Perugia dal 1957 al 1969, ideatore di un metodo d'insegnamento sperimentale nei corsi preparatori della lingua italiana che utilizzava la mimica didattico-teatrale, la gestualità e l'espressione corporea come veicoli principali della comunicazione ai fini della comprensione e memorizzazione del lessico e delle complesse strutture grammaticali della lingua italiana. ![]() All'interno di un sistema educativo tradizionalmente legato a metodi convenzionali dell'apprendimento analitico a strutture fisse, il Prof. Baratti introduce la sua creatività come potenziale educativo, una libertà di variazione didattica dotata di attività motivanti veicolate da semplici esercizi grammaticali che fanno ricorso ad una ricca gestualità, un vero e proprio laboratorio corporeo dove l'ingrediente fondamentale è il coinvolgimento emotivo ed affettivo degli allievi, enucleato attraverso la recita, l’improvvisazione, il canto e il metodo corale. ![]() Specializzatosi nella dizione e ortofonia della lingua italiana, Baratti dette inizio alla sua attività di docente facendo confluire nell’interpretazione scenica le strutture fonetiche e fonologiche, i registri stilistici e le varietà dialettali alle competenze linguistiche e letterarie maturate in ambienti accademici e quindi semplificate all’insegna di un’ottica di divulgazione e accessibilità universale, tale da garantire agli allievi di varie nazionalità l’assimilazione di un'ampia gamma di regole grammaticali, stimolandone l'immediata dimensione cognitiva attraverso strutture morfologiche e sintattiche che vengono facilmente acquisite – anche in un breve arco di tempo – grazie ad un vaudeville di situazioni naturali e divertenti. ![]() Il fenomeno delle lezioni "mimate" del Prof. Baratti ebbe un successo strepitoso nell’ateneo perugino, tale da suscitare un vivo interesse nell’ambito accademico internazionale da parte di insegnanti ed educatori che abitualmente ricorrevano agli schemi esemplificativi della psicolinguistica, esercitando le funzioni e i meccanismi di acquisizione di un linguaggio attraverso una dimensione affettiva ed interculturale. Per permettere agli allievi un’immediata decodificazione dei significati e per preparare il passaggio al successivo stadio dell’apprendimento della lingua (il corso medio) Baratti segue il percorso di alfabetizzazione linguistica presente in tutto il materiale didattico, gli eserciziari, i giochi e cards a carattere pedagogico dei testi di Romano Guarnieri. Gli elementi prosodici della dizione (la pausa , il ritmo e l’ intonazione) si esplicitano ricorrendo a tecniche riconducibili alla comicoterapia, dove pile di piatti volano schiantandosi a terra mentre Baratti mette in scena un litigio tra moglie e marito; la sintassi del congiuntivo e la distribuzione del peso tonico nell' italiano standard vengono trasmesse con pistolettate a salve che il professore spara nell’aula momentaneamente buia; la melodia ed espressività della lingua e le difficoltà fonetico-sintattiche del periodo complesso si trasformano in un melodramma goldoniano. Baratti controlla il fiato, balla, canta, fischia, ride, piange, si dimena, urla, implora, ora emotivo ora suadente, coinvolgendo gli studenti nella dinamica di alcuni aspetti essenziali per la motivazione affettiva, primo ed unico canale di accesso all’apprendimento a breve termine. Nel giro di pochi mesi, gli allievi dell’aula Quarta del Corso Preparatorio del Prof. Mario Emilio Baratti erano in grado di parlare e scrivere correttamente in italiano. Nel quadro di una visione globale dell’educazione linguistica, Baratti rimane oggi un pioniere in assoluto, avendo operato con pochi mezzi in un'era - gli anni sessanta - ancora priva di sussidi tecnologici quali i laboratori linguistici e software didattici. ![]() (Scritto circa quarant'anni fa per il settimanale "Panorama", il seguente articolo di Dara Kotnik - ottimo esempio di un giornalismo sobrio, eclettico ed imparziale - è un prezioso documento degli anni d'oro dell'Università per Stranieri di Perugia. Kotnik scrive durante il boom degli anni sessanta, dove non è ancora nata la contestazione giovanile e gli unici "movimenti" studenteschi sono limitati a qualche fenomeno goliardico. Ma ci troviamo, nostro malgrado, in un clima favorevole alle iniziative di pace e tolleranza tra i popoli, all'insegna di quegli autentici valori sui quali si fondavano le premesse ideologiche dell'ateneo perugino, unitamente alle caratteristiche embrionali di quel movimento pacifista promosso da Aldo Capitini che in seguito maturerà nella leggendaria marcia da Perugia ad Assisi e la scelta del capoluogo umbro come sede europea di Amnesty International.) Una matricola del 1339 elenca nomi di studenti "teotonici, de Ispania, de Boemia, de Anglia, et Avinionis". Un bassorilievo del '400, conservato nell'Ateneo, rappresenta una lezione a studenti stranieri di sei secoli fa. "Questo", dicono i perugini, orgogliosi, "dimostra, vi piaccia o no, che la nostra è sempre stata la città più internazionale d'Italia, e che da tutto il mondo, da secoli, si viene qui ad imparare chi siamo." ![]() La simpatia degli stranieri per Perugia risale al 1321, quando Giovanni XXII concesse all'Università la facoltà d'addottorare in Arti e Medicina; ed è tale che non bastano a spiegarlo il clima buono, la gente cordiale, l'atmosfera favorevole dell'arte. Tutto questo infatti si può trovare anche in altre città italiane meno impervie di Perugia, dove nel Medio Evo s'arrivava difficilmente. Ma da quando un perugino, Astorre Lupattelli organizzò nel 1921 corsi estivi d'Italiano, la scelta spontanea degli stranieri, un tempo ostacolati nello studio dalla lingua diversa, ha trovato un riconoscimento ed una ragione ufficiale. ![]() L'Università Italiana per Stranieri ha sede, dal '26, in un bel palazzo rococò di Francesco Bianchi, malamente inserito tra le masse compatte di travertino degli uffici vicini. Dal portone, dominato da un grifo rampante d'argento in campo rosso, in 36 anni sono passati 33,487 stranieri di ogni razza, professione, ed età. Quest'anno v'erano rappresentate 89 nazioni, con prevalenza d'americani, di svizzeri e di francesi. Sempre più numerosi gli studenti africani, che vi godono borse di studio governative, in attesa d'essere smistati nelle varie università italiane secondo le facoltà. ![]() Nel 1946 le presenze furono solo 103, ma da quel momento di massima depressione, gli iscritti non hanno fatto che aumentare. Le domande d'iscrizione, assieme a vaglia postali e ad assegni, s'ammucchiano in segreteria. "In termini economici", spiega il direttore amministrativo Alessandro Bentivoglio, "questi dati rappresentano per Perugia un reddito di 700-900 milioni all'anno. Alberghi, pensioni, trattorie, mense, negozi, industrie, tutta la città trae beneficio dall'afflusso degli studenti. E per un comune di 100 mila abitanti la cifra non è trascurabile." ![]() I motivi che portano fin qui gli stranieri sono in genere più sentimentali che pratici ("Niente pieghevoli pubblicitari: è bastato Petrarca. Ho letto le sue poesie, non le ho capite, e ho deciso d'imparar meglio l'Italiano."). Ci sono segretarie poliglotte e perfezioniste, che aspirano a uno scatto di stipendio. C'è chi ha un'infarinatura di storia dell'Arte italiana e vuole studiarla sul serio. Ma la spinta, il più delle volte, è romantica: vengono qui in luna di miele, seguono il corso di nove mesi, ottengono il diploma d'abilitazione all'insegnamento, e mettono al mondo un bambino (l'esempio più recente è Guy Plastre: canadese con figlia perugina). O religiosa: un pastore protestante, Patrick Foort, concepì la sua conversione al cattolicesimo durante una gita da Perugia ad Assisi. O didattica: ed è il caso di quasi tutti gli studenti africani. ![]() Ci sono infine gli assidui: Mary Johnstone, 96 anni, britannica, allieva dal '26 dell'Università. I musicofili: per Masataka Toda, giapponese, l'italiano serve a capir meglio la musica. I misteriosi: Jimmy, non altrimenti identificato, parla correttamente otto lingue, rifiuta di dire chi è, si dichiara "diplomatico del mondo". Qui ogni stravaganza cessa d'essere curiosità. Non esistono categorie, l'atmosfera è sfumata e distesa. Una studentessa ottantenne che fuma il sigaro e si commuove fino alle lacrime su Leopardi, una negra innamorata di un tedesco, un marinaio con la grammatica nel violino, una coppia settuagenaria in viaggio di nozze, sono esempi che non stupiscono più. L'atmosfera elettrizzata e babelica, che circonda le comunità miste, è inutile venirla a cercare fin qui. ![]() I tre nights della città sono vuoti, e i cinema li frequentano i perugini. Per divertirsi basta una riunione tra colleghi, quattro chiacchiere al club universitario, la televisione la sera. Il tempo libero va allo studio. Molti hanno il denaro contato e la voce "svaghi" è la prima ad essere esclusa dal bilancio. Per venire a Perugia qualcuno ha dovuto lavorare per anni: ex lavapiatti vogliono specializzarsi in etruscologia, ex commesse in letteratura italiana. C'è chi ha una borsa di studio di 50,000 lire che dovrebbe durare un mese e dura quattro (è dimostrato che "si vive di solo pane"). Anche la Casa dello Studente può diventare costosa: 5,500 lire al mese per una camera e 260 lire a pasto sono per molti cifre proibitive. Più semplice trovare una stanza in affitto e dividersela in tre. Per questi ragazzi poveri ma ostinati, uno studente americano (Roderick D. Campbell) creò qualche anno fa un fondo di solidarietà internazionale, l'Alumni Fund, tuttora sostenuto da contribuzioni spontanee di allievi ed insegnanti. Chi vuole completare gli studi ma non ha denaro per mantenersi, può chiedere un prestito all'Università, impegnandosi a restituire la somma "appena possibile": una formula di cui non approfitta nessuno. Sembra che un certo Abdullah Siràg dell'Arabia Saudita, noto come "lo sceicco di Perugia", volesse ripetere l'iniziativa americana limitandola ai colleghi africani. L'idea, senza dubbio, era buona. Solo che per convincere i colleghi ad atti di naturale generosità, Abdullah ricorreva se necessario alla forza: in un locale perugino, una sera, irritato per un rifiuto, schiacciò la sigaretta sul collo d'un iracheno. ![]() "I perugini non parlano in dialetto ma in italiano", dice il rettore magnifico, il deputato democristiano Carlo Vischia: "Perugia, non è né così vasta da disperdere, né così piccola da costringere agli stessi incontri ogni giorno; infine, è un importante centro culturale." C'è poi l'ottimo metodo d'insegnamento, creato da Romano Guarnieri, "recitato" tramite l'uso di giochi mimico-didattici nel corso preparatorio del prof. Mario Emilio Baratti, che insegnanti di scuole medie e docenti universitari vengono ad assimilare qui per poi applicarlo nei rispettivi paesi. ![]() Ognuno è in grado, in tre mesi, di parlare un italiano corretto; di perdere, dopo sei, l'accento straniero; in nove, di conoscere la letteratura italiana. Chi poi desideri approfondire gli argomenti, frequenta i Corsi d'Alta Cultura retti da noti docenti universitari durante l'estate. Se si pensa che gli alunni sono 100-200 per ogni aula, che gli insegnanti sono pochi e i mezzi scarsi (l'università si regge sulle tasse scolastiche e sui contributi dello Stato e d'enti privati), se si considera il limitato tempo a disposizione e l'incomunicabilità iniziale tra professori ed alunni, è giusto parlare di miracolo. Il metodo è essenzialmente corale: ognuno ripete ad alta voce le frasi del professore. Il professor Mario Emilio Baratti, che vanta dell'aula più frequentata, ricorre per farsi capire ad ogni mezzo espressivo: semina, s'inginocchia, canticchia, sospira, sbuffa per imitare il treno che passa, pialla, spara pistolettate a salve, inventa e mima una storia d'amore. Le sue tasche sono piene di cose impreviste, dal serpente di gomma alla segatura, per i suoi giochi mimico-didattici. ![]() I perugini assistono a questo incontro di popoli e concludono che "al mondo si può vivere in pace". Imparano a non stupirsi di nulla, ad accogliere in casa propria gli stranieri. Perfino durante la guerra, Perugia non è venuta meno alla fama di città internazionale e ha ospitato senza incidenti ebrei, nazisti ed inglesi. L'ambasciatore tedesco, in visita all'università, v'incontrò una ragazza ebrea fuggita dalla Polonia e uno studente inglese. Ci fu un attimo di paura. Nessuno osava parlare. Il rettore magnifico (era allora Astorre Lupattelli) fu costretto a intervenire con una raccomandazione. "Eccellenza", esclamò, "questa è un'oasi di pace!". L'ambasciatore sorrise, la frase lo divertí, forse ne fu colpito. E strinse la mano ai due studenti, inchinandosi davanti a loro. ![]() Da "Il Gazzettino di Perugia" Articolo di Teresa Sensi 3 Dicembre 1958 ![]() Studenti di ogni Paese all'Università per Stranieri Nelle aristocratiche, confortevoli sale di Palazzo Gallenga, vive una famiglia di insegnanti illustri e di allievi entusiasti, circondata dalla cordiale simpatia di tutta la città. Palazzo Gallenga si drizza isolato e altero su un lato della scoscesa Piazza Fortebraccio o "Grimana" come sempre continuano a denominarla i perugini: e la sua mole sembra reggere dignitosamente la vicinanza dell'Arco Etrusco che, a pochi metri, la sovrasta con tutta la sua maestà. Quando, nel 1925, Astorre Lupattelli, con spirito entusiasta e geniale, fondò e quindi resse l'Università per Stranieri, questa non aveva ancora una sede: per le lezioni si doveva chiedere ospitalità al Comune che concesse la Sala dei Notari, e all'Università degli Studi che mise a disposizione alcune sue aule. E certo, allora, nessuno avrebbe osato sperare - tranne forse Lupattelli stesso - armato di iniziativa e di tenacia - che si potesse ottenere per essa il più bello ed artistico palazzo esistente a Perugia. Di superbo stile barocco, affacciato da ogni lato ai più suggestivi paesaggi della città da Monteripido al Verzaro, da Portasole all'antica Via Pinturicchio, questo palazzo era dimora del conte senatore Romeo Gallenga-Stuart, un gentiluomo ancor giovane di tradizionali cultura e dottrina, raffinato nelle lettere e nelle arti, che insieme alla madre raccoglieva nelle sue sale il fior fiore dell'intellettualità locale e straniera. Nobili figure Allorché egli destinò il Palazzo all'Università per Stranieri, scriveva tra l'altro, in omaggio a questa: "Io vi sono legato da mille dolci ricordi della prima età. Qui, giovinetto, vidi due nobili figure di studiosi, Giacomo Montgomery e Roberto Stuart attorno ai quali amavano ritrovarsi uomini di alta cultura, perugini illustri come Reginaldo Ansidei e Zeffirino Faina e personaggi i cui nomi ebbero risonanza di sommo pregio in vari campi: la grande umanitaria e filantropica Madame Scwabe e l'insigne fisiologo Moleschott, il pittore Leighton e Sir Sanderson, gloria della scuola scientifica di Oxford, e l'Ambasciatore Lanza e Costantino Nigra...". E all'Università, Romeo Gallenga-Stuart volle donare anche la sua biblioteca, una delle più ricche per il gran numero di opere in tutte le lingue e per esemplari di eccezionale pregio. Eredità non semplice Adattare questo gran palazzo patrizio a sede di studi, che potesse accogliere un numero di iscritti che si faceva man mano più vasto e che oggi sotto il rettorato del senatore Carlo Vischia, vede convergere folle di giovani dalle più lontane parti del mondo, non era cosa facile: e uomini che non avessero avuto la tempra di Astorre Lupattelli che accoppiava all'ardimento una spiccata passione e reverenza per l'arte, si sarebbero lasciati prendere la mano dal puro senso pratico. Ma non fu così. E su suo progetto l'Università stessa e il Comune profusero notevoli somme per riparare l'edificio che era in condizioni tutt'altro che buone, per conservare quelli che erano i suoi singolari pregi, valorizzarli, e nello stesso tempo far sì che ogni ambiente rispondesse in pieno alle più aggiornate esigenze atte ad accogliere le schiere dei nuovi, eccezionali ospiti. Furono restaurate le pitture, le pareti di tutte le aule e anche le sale di convegno e di lettura furono ricoperte di damaschi, si provvide all'illuminazione mediante ricchi ed eleganti lampadari di Murano, di diverso disegno e studiati meticolosamente in rapporto a ciascuna sala. In questa cornice sfarzosa pur sobria, si cercò di armonizzare tutto ciò che costituiva attrezzamento studio e ogni agevole comodità moderna attinente ad esso. I sedili a vasto anfiteatro, le lavagne e le cattedre furono intonate, senza appesantimento, allo stile barocco degli interni, i locali della biblioteca, ampliati, ebbero scaffalature artistiche in legno. L'angusta scala a chiocciola che conduceva al secondo piano fu sostituita da un magnifico scalone e fu provveduto agli ascensori. Immaginare una gioventù goliardica avvicendarsi in una sede eccezionale sfarzosa come questa di Palazzo Gallenga che sembra ancora piuttosto pronta a convegni di gentiluomini e di dame quali si radunavano attorno a Lady Stuart, ci sarebbe da rimanere perplessi e di che impensierirsi. Ma a parte che gli studenti di ogni dove convergono qui più per passione che per forzata carriera e quindi con una disciplina spirituale già formata, l'eccezionale aspetto della sede infonde riverenza, in essa si continua la suggestione e la bellezza che è fermata in ogni angolo di Perugia e che subito si impossessa di ogni visitatore. Mi fu preziosa guida nella mia visita, una mia amica e compagna della lontana adolescenza che è il gentile ed attivissimo "genius loci" dell'Università. Con la dottoressa Nora Campiani, segretaria del rettorato, ebbi agio di penetrare in questo palazzo che da bambina, passandovi dinanzi, m'incuteva una specie di sbigottita suggestione, in quanto ancora dimora privata. Ora su queste cattedre, come si sa, si alternano nomi di fama internazionale: su questi banchi si affollano studenti di tutte le più lontane nazioni, dei più svariati idiomi, e che si portano poi con loro un nostalgico ricordo che li affratella, li fa ritrovare, infonde ad altri coetanei dei loro paesi, il desiderio di venire. Testimonianze copiose di lettere, di rievocazioni giornalistiche, di saggi, di opuscoli, financo di poesie, arrivano continuamente dagli allievi a questa sede che costituisce per essi un pò il cuore di Perugia e dell'Umbria tutta che han conosciuto si può dire, pietra per pietra e in base ad una perfetta e formidabile organizzazione a cui nulla trascura per imprimere negli ospiti giovani e non giovani un addestramento alla cultura e alla bellezza. Assetati di bellezza Questa goliardia tutta speciale porta un soffio di vivacità eppure aderisce al raccoglimento del luogo; non si crea un mondo appartato, non fa nucleo, a sè, ma familiarizza con la città che la ospita. Così se essa si sfronda dopo le ore di studio, nelle Gallerie, nei Musei, nelle Biblioteche, nelle Chiese, la vediamo anche popolare il Corso nelle ore del tradizionale passeggio, partecipare agli scelti programmi detti dagli amici della Musica e non tralasciare uno della Sagra Musicale Umbra, in cui seriamente è lasciata da parte ogni impronta di mondanità e di snobismo. E Perugia ama questa sua famiglia di insegnanti famosi e di studenti oscuri ma assetati di bellezza: gli va incontro, li agevola in ogni modo con vero slancio, li chiama a partecipi delle sue manifestazioni pubbliche e private, li accoglie nei suoi circoli culturali che sono fiorentissimi e risponde alle iniziative che partono dal nucleo stesso degli universitari. E ville famose per lo splendore di paesaggi indimenticabili, come quella di Anna Maria Antonietta Curti e di altri ancora, non è raro che elargiscano ore di vero godimento spirituale a cospetto di una natura in cui sembra fermato il completo incanto dell'Umbria. Si può insomma dire che Perugia abbia raccolto in pieno la segreta intenzione che Astorre Lupattelli e quindi Romeo Gallenga-Stuart vollero imprimere a questa iniziativa con signorile slancio, con larghe ed incoraggianti vedute, convinti dell'indiscutibile primato della cultura italiana. Da "La Nazione"- Cronaca di Perugia 17 Dicembre 1959 ![]() (O.N.U. della goliardia perugina) Un drago per sfondo, due bandiere, un pianoforte, una chitarra, un "bongo", un tamburo e un violoncello: elementi di un pittoresco viaggio offerto dagli studenti stranieri del corso del prof. Mario Emilio Baratti. Quattro passi per il mondo dall'Università per Stranieri, dall'aula del prof. Mario Emilio Baratti al palcoscenico del teatro Morlacchi. Quattro, otto, dieci passi in compagnia di giganteschi giovinotti di pelle nera, superbamente ammantati in toghe e cappe dai brillanti colori, di giovani indiane in "sari" e dalla voce melodiosa e di un loro compagno straordinariamente balzato fuori dalle pagine venerande e grandi, malgrado la loro estrema modestia, di Emilio Salgari. ![]() Enigmatico, aggettivo consueto per un uomo di oriente, ma vero: cosa dicono questi volti, cosa c'è dietro quegli occhi neri che guardano i tuoi, non sai se con tristezza, con orgoglio, con sfida, con amicizia o che, magari, non ti vedono? Sei Tremal-Naik o Suyodkana? Nè l'uno nè l'altro; ma, come tutti, uno studente del prof. Baratti che porta anche il suo "passo" cantando una melodia accompagnandosi con un piccolo tamburo. ![]() Ed in compagnia di mezzo mondo: gli iraniani con berrettini a busta di pelliccia, i sudamericani con i guatemaltechi d'antica razza maja, la messicana - scialle, cappellone di paglia, labbra generose, occhi a mandorla e voce tra la Baker e la Dietrich - l'acervo indonesiano in casacche verdi e camiciole, e volti sorridenti non meno dei cinesi correttissimi e quasi serrati nei mille e mille anni della loro grande favola; e le ragazze svizzere, assai applaudite, che per mantenere la configurazione cantonale, cantano, dondolandosi e battendo le palme, in italiano, in francese e tedesco; ed altri, altri come noi e diversissimi da noi. L'inglese corretto che porta un grande fiore all'occhiello, ed il tedesco a gambe nude e cappello duro, e ancora ragazzi e ragazze dal colore dorato o dal pallore che sembra azzurrino come i ghiacciai. ![]() Gente che abbiamo incontrato forse ogni giorno e che qui sul palcoscenico del teatro ed ancorpiù nel retropalco, appare finalmente quella che è: appunto un indiano con il giubbotto a mezza gamba e dalle spalle quadratissime (ah, l'imbottitura l'avete inventata voi), il negro solenne statuario, le razze basse e quelle lunghe, la varietà degli atteggiamenti più che delle parlate e dei somatismi. Davvero, quattro passi per il mondo. Come aveva per titolo lo spettacolo dell'altra sera al "Morlacchi", offerto dagli studenti dell'Università per Stranieri - gli ultimi, quelli che stanno per chiudere l'anno accademico – a beneficio dei bambini indigenti e malati di Perugia. Gesto molto gentile, di una fraterna solidarietà. Un'iniziativa che ha meritato il plauso del Rettore onorevole Vischia, complimentatosi nell'intervallo con il prof. Baratti ed i suoi allievi-artisti, cittadini dell'India, della Guinea, della Cina, della Svizzera, della Germania, della Grecia, dell'Indonesia, dell'Iran, dell'America Latina, degli Stati Uniti, dell'Inghilterra e dell'Australia, come si era venuti dicendo: una cinquantina di persone volonterosissime, ed alcune anche molto brave, che hanno presentato le espressioni artistiche, prevalentemente canore, delle loro terre con una suggestione ed interessi immediati, che la ristrettezza del tempo e dei mezzi ha imposto una parsimonia francescana di allestimento. Il consueto drappo amaranto di sfondo, due bandiere tricolori incrociate, lo stemma dell'istituto, un pianoforte verticale, una chitarra che passava da mano a mano, un bongo, un tamburello per la tamburella napoletana ballata da un ragazzo argentino, un piccolo tamburo, un violoncello per suonarvi nientemeno che Bach. Avventura corsa bellamente dallo studente egiziano Naghi Elh Abagci. ![]() E poi basta. In verità, così come era stato pensato e portato avanti, lo spettacolo poteva non chiedere di più. Voleva essere nella terra dell'improvvisazione, un'improvvisazione internazionale, una sintesi di umanità talora lieta, festosa, talora chiusa in un sentimento che sembra incomunicabile, intrasferibile. Il ritmo che insiste e batte e col canto fa muovere i piedi, la canzone di montagna, l'umorismo quasi infantile, l'ardore del sole in una voce di donna, un pianeta che racchiude l'amore in due toni e tre semitoni, la tristezza forse di una risata, forse d'un gran corso d'acqua dove vanno le ceneri dei morti, racchiusa in una frase melodica che segue una propria modalità suggestiva. E la canzone popolare latina o pur mediterranea, che ti fa dire: senti Napoli (e non è Napoli, ma un tenore greco che canta e ripete "s'agapo", e cioè ti amo, non molto diverso dal "nostro" greco liceale e non molto, qual concetto, da Napoli, vero?). E ti fa dire: ma è il ballo tondo della Sardegna, ma è il canto siciliano del pesce spada; ma sono i persiani dell'Iran, invece che raccontano di un uomo - nessun riferimento illustre e recente - che si vuole riammogliare. D'accordo, con l'Iran la tradizione ellenico-latina non c'entra, e non molto il comprensorio civile mediterraneo; ma l'assonanza è da ricercarsi, chi sa, nelle antiche trasmigrazioni, o su di una base comune di sentire-dire su cui l'autoctonia ha operato con uguali fili anche se con orditi diversi. ![]() Da questo esperimento, meritorio ed applaudito con affettuosa e meritata cordialità, può sorgere il disegno di una rappresentazione annuale, ma ben disposta e con maggiori mezzi, che porti e riassuma il popolarismo del mondo, presente a Perugia, nelle sue forme genuine. Sarebbe un'idea da coltivare e da rendere concreta: non impossibile, se si volesse e se ci si pensasse per tempo. Una volta, ed era originale, gli studenti stranieri recitavano ogni anno una commedia di Carlo Goldoni, nella sala ove lui, ancora ed appena Carlino, aveva avuto una parte nella "Sorellina di don Pilone". Perché ora non si trasforma la tradizione in un senso ed in una dimensione più vasti e più universali? ![]() Non ci è possibile citare tutti i valorosi partecipanti alla rivista. Ricorderemo soltanto il "capo-equipe", un simpaticissimo ed occhialuto inglese, le belle e disinvolte presentatrici Sheila Line (USA), Jill Sibley (Inghilterra) e Rosemarie Eberhard (Austria), che hanno lottato, spesso vittoriosamente, con la pronuncia e gli accenti italiani imparati durante le famose lezioni teatrali del prof. Baratti. Il cinese Lo-King-Man che, in una parodia del "Rigoletto", ha fatto del suo numero un'autentica attrazione; ed altri come la ballerina siamese Supit, il greco Giovanni Mimilidis, la panamense Edith Jimenez e il duetto statunitense Nicholas J. Di Dario e Constance Clarke. ![]() Ma, ripetiamo, la rassegna dell'altra sera, brillante, piacevole e con tutto quel che di bene che si voglia aggiungere, desideriamo considerarla quale premessa di altra, di altre future di maggior valore e di ancor più vasti orizzonti artistici e culturali. ![]() Da "Il Messaggero"- Cronaca di di Perugia 14 Dicembre 1961 ![]() col "Giro del mondo di Susanna e Rodolfo" Il lavoro ha avuto grande successo specie per le esibizioni dei costumi, delle tradizioni e delle musiche dei vari Paesi, vera e propria festa del folklore mondiale - Animatori della serata la svizzera Schmid e il germanico Eichs. Secondo una simpatica tradizione, quest'anno gli studenti dell'Università Italiana per Stranieri hanno voluto dare il loro addio ai colleghi d'Università ed a Perugia con spettacolo d'arte varia in cui i testi, come pure la parte recitativa e quella musicale sono stati curati da loro stessi, in una cordiale colleganza di razze, costumi, lingue e tradizioni rappresentanti ogni angolo del mondo. Il titolo della rivista di quest'anno, che è stata rappresentata l'altra sera nei locali del circolo, a Palazzo Gallenga, era "Il Giro del mondo con Susanna e Rodolfo". I nomi sono quelli usati durante le lezioni del Corso Preparatorio, per indicare, durante l'apprendimento della lingua italiana, il genere maschile e quello femminile. Essa è stata allestita dagli studenti del prof. Mario Emilio Baratti. Segretaria generale dell'organizzazione era la svizzera Vreni Schmid, regista il germanico Norbert Eicks, assistente la compatriota di questi, Ursula Meyer zur Capellen. L'orchestra denominata dei "pappagalli" era costituita da Robert Bollschweiler (svizzero), al pianoforte, il tedesco Walter Lohrer per la fisarmonica, il tedesco Norbert Eicks alla chitarra, l'americano Jeff Falkner per il clarinetto e l'inglese Nicolas Battle alla batteria. Le esibizioni dell'orchestra, che ha poi dato il tessuto musicale alla divertente rivista, sono state vivamente applaudite. Grande favore hanno destato le esibizioni di costumi, tradizioni e musiche dei vari Paesi. Ha iniziato la serie la Nigeria, di cui sono state presentate alcune canzoni popolari dai giovani S.Nwogu, A.Babaloa, O.Olusanya, B.Ekesi e S.Ndefo. È poi seguito un gruppo della Svizzera che ha presentato una danza popolare con Helen Ospelt, Marianne Walder, Christine Huber, Margut Frick, Rosemarie Marki, Rita Stalder e Vreni Schmid. Particolarmente efficace è stata l'esecuzione di "Cockney Song" di Nicolas Battle, accompagnato al pianoforte da R. Bollschweiler. I greci hanno presentato alcune loro bellissime canzoni, eseguite alla chitarra dall'ottimo Milziades; per l'Armenia è stata cantata la suggestiva "Seghi" da Zorro. I tunisini, dopo una farsa riuscitissima dal titolo "Jhabar barbiere moderno", hanno eseguito in un gruppo affiatatissimo di dodici studenti, alcuni loro canti popolari. Un gruppo di francesi, svizzeri, americani e tunisini (Giovanna Laure, Rita Stalder, Nancy Locksley, Mankai, Keiy, Zribi), hanno eseguito il popolare canto "Sur le Pont d'Avignon". Ma gli applausi, meritatissimi, più prolungati, sono andati alla deliziosa giapponesina Kezuko Sato, che ha eseguito una delicata danza del suo Paese dal titolo "La Luna del castello deserto". E trattandosi di un rapidissimo giro del mondo, i versatilissimi giovani di Palazo Gallenga hanno subito dopo trasportato il folto pubblico che gremiva la sala in America, grazie ai magici accordi della chitarra di Toni Cantine che ha accompagnato oltre che la voce dello stesso Cantine, quella di Hetty Brumbach e Kent Smith in una efficacissima presentazione del folclore musicale americano dal titolo "The old dope paddler". Non sono mancati vivi applausi ai nigerini che, rappresentati dai giovani Olusanya, Nwogu, Badalola, Ekesi e Ndefo hanno presentato danze popolari del loro Paese. Il tunisino Abdelmajid ha portato una delicata nota poetica leggendo una bellissima lirica dedicata a Perugia. E ancora la rapida e pittoresca scorribanda fra i più diversi e remoti paesi del mondo è proseguita con una sosta in Svizzera, di cui l'infaticabile pianista Bollschweiler ha eseguito alcuni pittoreschi canti popolari, ed infine in Inghilterra, del cui folclore è stato dato un efficace saggio con la esibizione di S. Mc Goo, J. Kennedy, F. Fros, G. Mc Gregor, H. Mellors, J. Morrison e N. Battle. Animatori della riuscita serata, che lascerà certamente in tutti un incancellabile e simpatico ricordo, sono stati - come abbiamo già detto - soprattutto la gentile signorina Vreni Schmid e Norbert Eicks. A loro, ed agli studenti stranieri tutti che hanno voluto in questo modo dare il loro addio a Perugia al termine del loro corso di studi a Palazzo Gallenga, i complimenti vivissimi del "Messaggero" e l'augurio cordiale di tornare ancora fra noi. ![]() |