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DE RE AEDIFICATORIA a cura del dr. arch. Vilma Torselli tema: FRANK O. GEHRY |
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Ti dò volentieri la mia opinione circa il lavoro di Gehry a Bilbao, dandoti probabilmente modo di pentirti per averla richiesta. Sul personaggio due questioni: un dubbio (non sarà forse il figlio segreto di Antonio Gaudì?) ed una certezza (sicuramente è spinto da uno slancio fortemente oggettivato verso qualcosa di grande!). Il suo museo mi piace, come mi piacciono le cose "leggermente" gridate, le persone che osano, le scelte audaci, mi piace la sua ambiguità formale, un pò navetta spaziale, un pò mostro onirico dalle scaglie lucenti, mi piace l'idea di libertà che trasmette, il suo dialogo con la luce, col vento, con il cielo. Sull'argomento ho davanti agli occhi un testo, di cui mi sono sempre rifiutata di affrontare la parte scritta (peraltro in spagnolo). Ricordo la prima volta che ho aperto questo libro ed ho pensato che, così come alcune culture primitive non hanno nel loro vocabolario la parola architettura, non esistendo presso di loro l'attività corrispondente, così noi dovremo inventare un nuovo vocabolo per definire ciò che è il Guggenheim di Bilbao. Come vedi, è stato un amore a prima vista, attivato dagli stessi meccanismi che guidano tutta la vita emotiva di ognuno di noi (e che possono farci amare anche i parallelepipedi, i cilindri....) Certo su questo architetto-artista-scultore le mie riserve sono parecchie. A monte ci sono riserve di carattere etico e deontologico, mi chiedo, cioè, se è corretto che un'opera di architettura somigli ad una scultura (e ne ricerchi gli stessi effetti plastici, su una scala gigantesca ), e se è giusto che una struttura destinata ad accogliere opere d'arte, e quindi contenitore, possa prevaricare come forza di linguaggio lo stesso contenuto. Voglio dire: sia gli spazi esterni che, sopratutto, quelli interni, possono, con la loro forte connotazione spaziale e volumetrica , interferire e creare condizioni di squilibrio fra le varie opere esposte, a fronte di quella che potrebbe forse essere la soluzione ottimale, uno spazio museale sobrio, pulito, imparziale, equidistante (non chiedermi da dove, equidistante e basta). In questo senso, molto meglio il Guggenheim di New York! Come tu sai, l'architettura è l'espressione del rapporto che l'uomo e la civiltà cui appartiene hanno con lo spazio. Per fare qualche esempio drasticamente sintetico, si può osservare come la civiltà ellenica prima di Cristo, una civiltà colta di filosofi, di studiosi, di grandi matematici, che percepisce lo spazio come una realtà fisica da indagare, quantificare, misurare, dia vita, coerentemente, a strutture architettoniche semplici (un sistema trilitico modularmente ripetuto), chiare, sobrie, giocate su impostazioni rettilinee, strutture che penetrano lo spazio, lo scandiscono e lo misurano. E' un concetto dello spazio che si potrebbe definire intellettuale. Di contro i romani dell'epoca pre e paleocristiana , popolo di combattenti e dominatori, concepiscono, molto pragmaticamente, lo spazio alla stregua di una terra di conquista, lo definiscono, lo circoscrivono lo inglobano in architetture chiuse e pesanti, mutuando, non a caso, dai vicini Etruschi, l' arco, e quindi la volta, strutture che, a parità di perimetro o di superficie, racchiudono e definiscono, geometricamente, la maggior quantità di spazio. E via di seguito si può dire che il verticalismo gotico ha dello spazio un concetto mistico, che l'architettura barocca propone una spazialità dinamica, che, infine i grattacieli rappresentano la concezione economica dello spazio, volta al suo massimo sfruttamento e all'ottenimento della massima redditività. Quest'ultima concezione appare storicamente superata, anche nei fatti tragici che ne hanno accelerato la fine. C'è da chiedersi oggi che cosa è lo spazio per le nuove generazioni, e la risposta pare priva di dubbi: è lo spazio tecnologico, virtuale, flessibile alle esigenze del momento, capace di continuo adattamento e rinnovamento. Ora torno a Gehry e al suo museo. Lì le soluzioni tecnologiche giocano un ruolo importantissimo, sono altamente sofisticate e specialistiche e, oltre a permettere il funzionamento della macchina-museo, servono anche di supporto alla struttura a scaglie che riveste l'intero edificio-scultura. Il dubbio che mi assale è che Gehry abbia "usato" tutto questo perfetto apparato tecnologico per supportare un suo concetto prevalentemente estetico e che abbia mancato l'occasione di riuscire a progettare uno spazio tecnologico che sembrasse, appunto, uno spazio tecnologico : per questo, forse, penso che il Guggenheim di Bilbao resterà nella storia come il museo di Gehry a Bilbao. | |||||
