DE RE AEDIFICATORIA
a cura del dr. arch.
Vilma Torselli


tema:
  MIES VAN DER ROHE 
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de re aedificatoria

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"Ambienti di lavoro luminosi, ampi, ordinati, non suddivisi, ma solo articolati come l'organismo dell'azienda. Massimo effetto col minimo spreco dei mezzi […..] . Le strutture in acciaio nella loro essenza sono strutture a scheletro [….. ] la costruzione ad armatura portante di una parete non portante. Dunque edifici pelle ed ossa". (Ludwig Mies van der Rohe)

Se con la sua indagine intellettuale Le Corbusier identifica nel cervello l’origine dell’architettura, che diviene mezzo per dimostrare un assioma, se Wright la trova nel pulsare degli organi interni dove batte la vita, tra ragione e sentimento, Mies la scopre nella struttura portante, negli snodi spaziali, nella verità nascosta che con coraggiosa onestà progettuale mette allo scoperto attraverso l’involucro trasparente. Pelle di vetro e ossa d’acciaio, lo spazio ritmato da tersi diaframmi, la materia lucidata e levigata, sublimata dal gioco di riflessi della luce, un’architettura fragile come il vetro e forte come il ferro che per la prima volta si propone orgogliosamente ed umilmente nella sua nudità.

Il giovane Mies è affascinato dai grattacieli in costruzione, scheletri strutturali che nella loro provvisoria, incompiuta essenzialità lasciano leggere la genesi mentale del progetto, perché a lui interessa più il viaggio che l’arrivo, il processo generativo più che il risultato, il divenire piuttosto che l’essere (nel ’27 scrive a Walter Riezler: “La forma è effettivamente uno scopo? O non è piuttosto il risultato di un processo di formazione? Non è il processo l’essenziale?....”)

Pochi e concisi gli scritti, niente programmi, teorie o testamenti, lontano dalla foga didascalica di Le Corbusier, dalla trascinante eloquenza di Wright, Mies van der Rohe si identifica nell’asciutto rigorismo morale del “De Stijl” di Theo van Doesburg, in una cultura ad impronta razionalista che ricerca soluzioni chiare, precise, con l'ordine mentale di un nitido indagatore dell'essenza della realtà nella sua estrema purezza formale: liberata da ogni preoccupazione descrittiva e narrativa, la sua architettura sarà il massimo della funzionalità e dell’aderenza alla destinazione d’uso nell’apparente mancanza di ogni finalità utilitaristica.

Come il costruttivista El Lisitskij, un’altra forte personalità con la quale entra in contatto, Mies non vuole progettare una forma, ma un’idea, la sua architettura è pura astrazione geometrica, quella stessa che in Mondrian confluirà, nella sua forma più radicale, in un’astrazione totale di tipo spiritualista. Mies ragiona per piani, nella più completa negazione del volume, la sua è un’architettura bidimensionale senza pieni, senza peso, fatta di superfici pure senza consistenza, di piani isolati e nitidi slegati che configurano lo spazio senza circoscriverlo, lo indirizzano fluidamente, lo guidano all’esterno attraverso setti murari allungati oltre ogni necessità distributiva, con il solo scopo di prolungare la visuale ed andare oltre: si impone un nuovo concetto di orizzonte visibile nell’abolizione della finestra come definizione di un limitato campo visivo ("io ho tagliato le aperture nei muri ovunque mi occorrevano per viste sull’esterno e l’illuminazione degli spazi”), secondo una concezione di continuità spaziale della quale, per sua stessa dichiarazione, Mies è debitore a Frank Lloyd Wright. Nel 1940 così ricorda l’incontro con le opere di Wright nella Berlino dei primi del ‘900: “….L’opera del grande maestro presentava un mondo architettonico di insospettata forza, chiarezza di linguaggio e ricchezza sconcertante di forme. Qui finalmente trovavamo un artista ispirato alla reale sorgente dell’architettura che, con vera originalità, innalzava le sue creazioni alla luce….”

La semplificazione linguistica che Mies mette in atto è estremamente sofisticata, muove alla ricerca di un essenziale universale ed indifferenziato che porta necessariamente verso un risultato di carattere generale che tu definisci anonimo, e hai ragione, Mies va consapevolmente verso l’anonimato, con una radicale riduzione di ogni carattere e di ogni tipicità, eppure basta uno sguardo per riconoscere la sua personalissima impronta in un impianto architettonico, in una quinta di muro, in un incastro di linee.

Puoi immaginare come l’uso del vetro in senso strutturale, a sostituzione delle divisioni e dei tamponamenti esterni, costituisca una innovazione assoluta non solo dal punto di vista tecnologico, ma a livello concettuale, dato che sovverte il tradizionale rapporto pieno-vuoto, luce-ombra, quella tensione plastica sulla quale si era sempre retto, prima di Mies, il linguaggio architettonico di tutti i tempi (come ricorderai, è un aspetto che abbiamo già sfiorato parlando della Norddeutsche Landesbank di Behnisch). Proprio l’uso del vetro tradisce l’imprinting espressionista della poetica di Mies van Der Rohe, il vetro è illusione, astrazione, emozione, fantasia, crea immagini ingannatrici, genera per riflessione una falsa realtà, rifrange e moltiplica specularmente la luce emanando leggerezza e spiritualità (“È la luce che dà la sensazione di spazio……. Luce e spazio sono inscindibili. Se si elimina la luce il contenuto emotivo dello spazio scompare e diventa impossibile coglierlo…..”. Siegfried Giedion), il vetro realizza quella aspirazione alla continuità ed alla compenetrazione tra interno ed esterno che, originando da Wright e passando per Mies, è uno degli input principali dell’architettura contemporanea.

Gli elementi di arredo creati da Mies sono ancora oggi punti cardine del design moderno, senza tempo, senza moda, incorruttibili nella loro intangibile purezza lineare: pensa che la poltrona Barcelona, tutt’ora in produzione, è stata realizzata nel ’29, in controcorrente rispetto ad ogni suggestione stilistica contemporanea. E’ quella che tu chiami “seduta aziendale”, anonima come tutta la cultura moderna, una rilettura molto attuale, che la lega alla contemporaneità tralasciandone l’intrinseco valore innovativo nel suo tempo, visto che la modernità, divenuta surmodernité, non sa più leggere l’eleganza nella semplicità, ha bisogno di ridondanza, di surplus di informazione.

Mies, che non può prescindere da sé stesso, realizza ancora una volta il “massimo effetto col minimo spreco dei mezzi”, una colta, severa rivisitazione dell’antico sedile curiale romano, uno scranno regale di algida austerità per i reali di Spagna in visita all’Esposizione Internazionale (Wolf Tegethoff, studioso di Mies van Der Rohe, scriverà un testo, “La storia di un “trono" : l'archeologia della poltrona Barcelona” ) Adattandosi con grande duttilità alle potenzialità tecnologiche del materiale, rinunciando all’ortogonalità delle sue linee progettuali, Mies disegna due linee curve incrociate e continue di estrema fluidità, espressione non di rinuncia ad un aprioristico linearismo, ma di elasticità mentale e libertà creativa. E’ la nascita di un nuovo linguaggio espressivo applicato agli oggetti, studiati e curati nei minimi particolari con attenzione maniacale, depurati di ogni superflua aggettivazione, anche loro ridotti a pelle ed ossa.

Può essere più facile capire che amare Mies van der Rohe, ma le parole di Giò Ponti ci possono aiutare : ”Amate l'architettura moderna, dividetene gli ideali e gli sforzi, la volontà di chiarezza, di ordine, di semplicità, d'onestà, di umanità, di profezia, di civiltà. Amate l'architettura moderna, comprendetene la tensione verso una essenzialità, la tensione verso un connubio di tecnica e di fantasia, comprendetene i movimenti di cultura, d'arte e sociali ai quali essa partecipa; comprendetene la passione. Amatela nei grandi maestri d'oggi, in Le Corbusier, in Mies van der Rohe…….” , in quest’uomo che ha apportato nell’architettura mondiale innovazioni sconvolgenti, frutto di una creatività al di fuori di ogni paragone e che ha poi passato la vita a togliere, semplificare, ridurre (egli dice “less is more”), discriminando l’essenziale dal superfluo con inflessibile rigore.

Nel nome di un riduzionismo formale estremo che tuttavia non mortifica l’intensità espressiva, ma la concentra in pochi punti fondamentali, fino ad un raffinato minimalismo in cui risiede l’essenza ultima, e divina, della materia.


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