| NUMINE AFFLATUR | image of the day citazioni allegorie the beluga was, after all, a big tease |
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né mezzo dì né notte ch'io non pensi a dir le laudi della gelatina, e mettervi entro tutti quanti e sensi e' nervi e le budella e 'l naturale per iscoprir li suoi misteri immensi. Ma veggo che l'ingegno non mi vale, ché la natura sua miracolosa è più profonda assai che l'orinale. Pur, perché nulla fa quel che nulla osa, s'io dovessi crepare, io son disposto di dirne ad ogni modo qualche cosa; e s'io non potrò gir così accosto, né entrar ne' suoi onor affatto drento, farò il me' che potrò così discosto. La gelatina è un quinto elemento e guai a noi se la non fusse l'anno di verno quando piove e tira il vento, ché la val più d'una veste di panno e presso ch'io non dissi anche del foco, che tal volta ci fa più tosto danno. Io non la so già far, che non son cuoco, e non mi curo di saper; ma basta ch'ancor io me ne intendo qualche poco. E s'io volessi metter mano in pasta, farei forse vedere alla brigata che ci è chi acconcia l'arte e chi la guasta. La gelatina scusa l'insalata e serve per finocchio e per formaggio da poi che la vivanda è sparecchiata. Et io che ci ho trovato un avantaggio, quando m'è messa gelatina inanzi, vo pur di lungo e mio danno s'i' caggio; e non pensi nessun che me ne avanzi, ché s'io ne dessi un boccone a persona, ti so dir ch'io farei di belli avanzi. Chi vuole aver la gelatina buona ingegnisi di darli buon colore; quest'è quel che ne porta la corona: dice un certo filosofo dottore che se la gelatina è colorita, è forza ch'ella n'abbia il buon sapore. Consiste in essa una virtude unita della forza del pepe e dell'aceto, che fa che l'uom se ne lecca le dita. Io vi voglio insegnare un mio secreto, che non mi curo ch'ei mi reste a dosso: io per me la vorrei sempre dirieto. Un altro ne vo' dire a chi è grosso: la gelatina vuol esser ben spessa e la sua carne vuol esser senza osso, ché qualche volta, per la troppa pressa che l'uomo ha di ficcarvi dentro i denti, un sen trae, poi dà la colpa ad essa. O gelatina, cibo delle genti che sono amiche della discrezione, sien benedetti tutti i tuoi parenti, come dir gelatina di cappone, di starna, di fagiano e di buon pesce e di mille altre cose che son buone! Io non ti potrei dir come m'incresce ch'io non posso dipingerti a pennello né dir quel che per te di sotto m'esce. Pur vo fantasticando col cervello che diavol voglia dir quel poco alloro, che ti si mette in cima del piattello; e trovo finalmente che costoro vanno alterando le sentenzie sue, tal che non è da creder punto loro. Ond'io, ch'intendo ben le cose tue, come colui che l'ho pur troppo a core, al fin concludo l'una delle due, che tu sei o poeta o imperatore. Francesco Berni: "Rime" Francesco Berni An Italian comic poet, b. at Lamporecchio (Florence) 1497 or 1498; d. at Florence, 26 May, 1535. The son of noble but impoverished parents, he spent his early years in the Tuscan capital fighting want. At twenty better luck awaited him in Rome, where Cardinal Bibbiena, his relative the Cardinal's nephew, Angelo Dovizi, and Giovanni Mattia Giberti, Bishop of Verona and Datary to Leo X, successively employed him. In the datary, however, he had found a hard taskmaster, who kept him at his correspondence all day long and would not countenance the buffooneries in which the young clerk took huge delight. So, in 1531 we find Berni at Padua in rapturous freedom, gaily bent on bandying insults with the notorious Aretino. Still, the autumn of the same year saw him back at his desk in the episcopal residence of Verona, penning letters with a reluctant hand. Not until 1533, when Cardinal Ippolito dei Medici, who had engaged him the year before, made him a canon of the Florentine cathedral, did he find a position that pleased him. But that long dreamed of life, with its unbridled frolic and happy idleness, was not to last, for, becoming involved in the feud then raging between Ippolito and Alessandro dei Medici, he fell victim to poison under very mysterious circumstances two years afterwards. Undoubtedly Berni's fame is deservedly due to his "Rime", embracing "Sonetti", "Sonettesse", and "Capitoli", wherein the Bernesque manner found its inception as well as highest achievement, and snivelling Petrarchists were pitilessly flouted. In spite of numberless imitators, including such men as Benedetto Varchi, Ercole Bentivoglio, Giovanni Mauro, Matteo Franzesi, and Ludovico Dolce, Berni's easy flowing tercets, fairly bubbling over with graceful raillery and capering mirth, dwarfed all his rivals. The "morality" of Berni's writings is far from commendable...
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