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DE RE AEDIFICATORIA a cura del dr. arch. Vilma Torselli tema: ANDREA PALLADIO |
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vedi anche: SANT'ELIA SANTIAGO CALATRAVA LA GRANDE ARCHE IL PIANO NOBILE SIMMETRIA PETER EISENMAN PIER LUIGI NERVI ALVAR AALTO KATSURA FRANK O. GEHRY IL PARTENONE LE CORBUSIER POTSDAMER PLATZ MIAMI PIRANESI ANTONIO GAUDÌ MIES VAN DER ROHE EERO SAARINEN GROUND ZERO BORROMINI L'ALHAMBRA FRANK LLOYD WRIGHT NORDDEUTSCHE LANDESBANK TEOTIHUACÁN de re aedificatoria ArtOnWeb | |||
La tua curiosità sulla fortuna che, nel tempo, hanno avuto "I quattro libri dell'architettura" di Andrea Palladio, stampati a Venezia nel 1570, è da me pienamente condivisa: certamente l'opera, una sorta di testamento architettonico, è di notevole rilevanza e spazia in tutto lo scibile del suo tempo, dal formulario per gli ordini, alle misure degli ambienti, alla progettazione delle scale, agli esecutivi dei particolari, sulla scorta degli studi classici del suo autore circa la tipologia dei templi romani. Il colpo di genio, che assicurerà a questo architetto una attualità di eccezionale durata, sta nel secondo e nel terzo libro, nel quale egli pubblica una retrospettiva dei suoi progetti relativi a palazzi, ville, ponti reticolari, in tal modo autopromuovendo la sua attività di progettista. Tu già conosci Palladio, sai che unì a straordinarie capacità di sintesi organizzativa su base solidamente razionale un'inventiva geniale scevra da condizionamenti (a lui si deve l'invenzione di nuove tipologie architettoniche, per esempio la villa di campagna) affiancata, specie nella maturità, da una capacità di indagine inquieta e drammatica derivata dallo studio delle straordinarie architetture michelangiolesche, delle quali seppe cogliere quelle che Bruno Zevi definisce anticipazioni della poetica barocca. La mai placata volontà di ricerca, la sua curiosità intellettuale si esprimono fino all'ultima opera, rimasta incompiuta, il Teatro Olimpico di Vicenza, dove il riferimento archeologico si trasfigura in esiti del tutto nuovi e personali. Ma so che non è di questo che vuoi parlare quanto piuttosto del seguito straordinario che "I quattro libri dell'architettura" e la tipologia architettonica di Palladio hanno avuto in Inghilterra ed in America, non solo negli Stati Uniti, ma anche nell'America del sud, dove gli architetti della Compagnia del Gesù introdussero nell'architettura importata dai dominatori spagnoli, le varianti manieristiche di quella palladiana. Innanzi tutto credo che la causa sia da ricercarsi nel fatto che, per la prima volta da quando, nel 1454, Johann Gutenberg realizza con caratteri mobili la prima Bibbia, viene dato alle stampe un testo di architettura chiaro, organico, intelligente, con disegni riprodotti in scala, con tavole grafiche quotate nelle piante e negli alzati, insomma un vero e proprio manuale tecnico di facile consultazione, che offusca definitivamente i libri di Sebastiano Serlio (1537), il più autorevole riferimento immediatamente precedente. E' forse il primo esempio di come una comunicazione efficace e ben costruita e una valida operazione di marketing possano determinare il buon esito di un'iniziativa: sull'onda del successo editoriale, si determina il successo dello stile palladiano, che si diffonde innanzitutto in Inghilterra attraverso l'opera di Inigo Jones, cui seguiranno John Webb, Christofer Wren, i fratelli Adam, James Gibbs e molti altri. Il trattato di Andrea Palladio viene tradotto in inglese nel 1716 e, sulle navi dei coloni britannici, giunge nel Nuovo Continente dove da circa duecento anni si è avviato un processo di colonizzazione che, in campo architettonico, ha posto il contrasto "tra la capanna indiana e gli splendori europei", poiché gli immigrati derivano i loro modelli culturali dalla madrepatria, la vecchia Europa. Con la nascita di una società ad economia agricola strutturata con eterogenei apporti inglesi, olandesi, francesi, spagnoli, la promiscua immigrazione religiosa di cattolici, ugonotti, quaccheri, l'esigenza di una elaborazione culturale a livello generale, ha origine un'architettura coloniale di chiara derivazione anglosassone, e quindi palladiana, nella quale solo parecchi anni dopo gli americani sapranno introdurre elementi propri, allontanandosi dai prototipi iniziali. Generazioni di architetti americani edificano secondo lo stile coloniale, in una cronologia puramente ed astrattamente formale, frutto del "paludamento culturale dietro il quale si cela quel complesso di inferiorità che gli psicanalisti definiscono ricerca di una paternità spirituale" (Bruno Zevi, 'Storia dell'architettura moderna'). Dall'ottocento in poi, si alternano vari periodi in cui, ad un'architettura di complesse citazioni sintetizzate in un linguaggio abbastanza libero e caratterizzato, si sostituisce un manierismo romanizzante, poi neoellenistico, poi neogotico, anch'esso di derivazione inglese, che si involve rapidamente in una sorta di medioevalismo grottesco e decorativo. È' lo sbandamento completo in un periodo, la fine ottocento, in cui "i dollari possono comprare ogni stile". La cultura americana è tanto carente sul versante filosofico quanto ricca di inventiva pragmatica ed empirica applicata alla vita pratica, con una disarmante capacità di semplificazione di cui gli europei non sono capaci, condizionati da un retaggio culturale dal quale non sanno prescindere. Agli inizi del novecento l'architettura americana trova modi espressivi organici che cercano di unire in una convincente simbiosi l'aspetto formale e quello tecnico, nei limiti che le sono propri, con prodotti corretti, funzionali, intelligentemente semplici, suscitando l'interesse della cultura europea e dell'ambiente razionalista di Gropius e Mendelsohn, dello stesso Le Corbusier, che, per la verità, poi ritrattò in parte i suoi giudizi positivi, e oggi la critica più moderna ha ormai attribuito la giusta prevalenza alla corrente funzionalista americana rispetto a quella europea. Lo sviluppo di caratteri architettonici autonomi si consolida attraverso l'opera di geniali architetti quali Frank Lloyd Wright, Henry Hobson Richarson, i componenti della Scuola di Chicago, Henry Sullivan e molti altri, fino ai giorni nostri, in cui la cultura americana si è aperta ad una visione umanistica che le ha permesso di superare in parte il secolare complesso di inferiorità nei confronti delle istituzioni e della tradizioni europee. Quando Wright lancia una sua "Dichiarazione di Indipendenza" e chiede "Indipendenza dal classicismo, nuovo e vecchio, e da ogni atteggiamento di devozione ai cosiddetti classici" prende una posizione categorica ed integralista a favore di un'architettura nuova, legata al proprio ambito culturale, territoriale e sociale, la sua architettura organica, che esprime "una società organica". E' la stessa posizione che pochi anni dopo assumeranno i pittori dell'espressionismo astratto, Kline, Tobey, Mark Rothko e soprattutto Jackson Pollock , rivendicando l'autonomia di una cultura autenticamente americana, con la gestualità liberatoria e trasgressiva dell'action painting che simbolicamente cancella ogni traccia del passato. Quello di Wright è un discorso di rottura, fortemente rivoluzionario, che ha i limiti di ogni posizione criticamente eccessiva e che sconterà con un relativo isolamento il suo coraggio, tant'è che ancora oggi, come tu, da attento osservatore, mi fai notare, lo stile palladiano, espressione del tradizionalismo più accademico, manieristico e deteriore, sembra essere una presenza imprescindibile della realtà urbanistica americana. Nonostante le lacerazioni prodotte da un rapporto di tipo colonialista, teso ad affermare con orgogliosa consapevolezza una "superiorità" della cultura europea nei confronti dell'ethnos americano, le sopraffazioni di una mentalità incapace di instaurare con altre civiltà relazioni non distruttive, la incapacità di elaborare ex novo equilibrati rapporti di conoscenza del "diverso da sé", l'Europa resta, nell'immaginario di ogni americano, la depositaria della cultura e del sapere umanistico. Tenendo conto delle sostanziali differenze psicologiche tra americani ed europei e della carenza di "principi" nella cultura americana in ogni ambito, credo che l'opera di Palladio rappresenti un confortante riferimento storico e tipologico consolidato, preciso, rassicurante, al quale delegare una ipotetica "paternità spirituale", una piattaforma di principi coerenti e codificati, un collegamento con sorgenti culturali estranee ma autorevoli, da adottare "sulla fiducia", in definitiva il modo per conferire una storicità allo sviluppo non solo architettonico della cultura americana. Un individuo ha bisogno di rileggere la sua vita per decifrarne il senso, un popolo ha bisogno di ripercorrere la sua storia per recuperarne le radici, magari trovandole in Andrea Palladio, straniero, europeo, italiano. | |||||
