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DE RE AEDIFICATORIA a cura del dr. arch. Vilma Torselli tema: IL PARTENONE |
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vedi anche: SANT'ELIA SANTIAGO CALATRAVA LA GRANDE ARCHE IL PIANO NOBILE SIMMETRIA PETER EISENMAN PIER LUIGI NERVI ALVAR AALTO KATSURA MIES VAN DER ROHE ANDREA PALLADIO FRANK O. GEHRY LE CORBUSIER POTSDAMER PLATZ MIAMI PIRANESI ANTONIO GAUDÌ EERO SAARINEN GROUND ZERO BORROMINI L'ALHAMBRA FRANK LLOYD WRIGHT NORDDEUTSCHE LANDESBANK TEOTIHUACÁN de re aedificatoria ArtOnWeb | |||
Mi chiedi di dirti qualcosa sul Partenone, ma tu sai che parlare del Partenone è tutt'altro che semplice, nonostante lo possa sembrare. Perché se si parla del Partenone, si deve parlare dello spazio, di quello che rappresenta per l'uomo e di come l'uomo ne abbia introdotto il concetto nell'architettura, che è la concretizzazione dell'idea che di spazio hanno avuto nel tempo le diverse civiltà, come mi pare abbiamo già osservato in altre conversazioni. Il nostro corpo fisico è la prima esperienza che abbiamo di un volume nello spazio, che si espande nelle stesse direzioni dell'architettura, in alto o in basso, davanti, dietro, a destra, a sinistra, secondo la nostra struttura anatomica, in una perfetta e geometrica simmetria di proporzioni delle parti opposte che sarà la base dei canoni scultorei, ma la percezione dello spazio come entità cosmica, astratta e simbolica è istintiva ed incosciente, non è una consapevolezza storica o filosofica. Abbiamo invece la percezione del vuoto, non inteso come il nulla, come vuoto assoluto, ma come antitesi del pieno, e dal momento che il nostro pensiero è dominato dal dualismo tra gli opposti, il vuoto in architettura è uno spazio non occupato dalla struttura, ma delimitato da essa, è uno spazio interno, definibile nei suoi limiti e nella sua forma volumetrica, una massa d'aria racchiusa da un involucro (ricordi quante volte abbiamo incontrato il tema della cavità, dell'interiorità dell'edificio!). Tu sai che questa concezione dello spazio, che comporta la realizzazione di strutture adatte a racchiuderlo e delimitarlo, sarà tipica dell'architettura romana, nella quale il concetto di spazio architettonico praticamente coinciderà con quello di spazio cavo, spazio interno, dominato e sequestrato dalle volte e dalle cupole della Domus aurea, del Pantheon, della villa Adriana. Il tempio greco, invece, è pura espressione plastica, non presenta spazi racchiusi, non c'è nessuna gerarchia tra spazio esterno e spazio interno, l'architetto greco non vuole conquistare lo spazio fisico, lo vuole dominare intellettualmente, non lo possiede, lo attraversa, lo penetra, lo misura e lo organizza secondo le sue regole. Con una espressione stupenda Giedion dice: "Il tempio greco si libra come un cristallo nello spazio", si mette in rapporto con il cosmo, è un oggetto scultoreo che si rivolge al di fuori di sé, qualificando lo spazio esterno con la sua sola presenza, determinando un contesto ambientale, o, più modernamente , urbanistico. Non oggetto nello spazio, ma cristallizzazione nello spazio di leggi della geometria, della matematica, della simmetria, costruito secondo lo studio minuzioso delle misure e delle proporzioni reciproche, ricorrendo all'uso di multipli, della sezione aurea, della rigorosa tessitura di ricercati rapporti all'interno di un semplice sistema costruttivo trilitico a colonne verticali e trabeazioni orizzontali, il Partenone è la più alta espressione del tempio dorico. Struttura "assoluta, brutale e intensa", essenziale, massiccia, ha il fregio composto da un'alternanza di metope e triglifi che obbligano ad una visione spezzettata, lenta, con brevi pause dell'occhio tra un bassorilievo e l'altro, colonne scanalate prive di basamento, un semplice echino come capitello, gonfiate ad un terzo dell'altezza da un'entasis che esprime la forza, la potenza ed al tempo stesso la fatica della struttura, la sua funzione statica, la compressione per effetto della gravità. Rivelando una straordinaria conoscenza delle leggi della percezione visiva e della distorsione ottica, i progettisti posizionano obliquamente le colonne, inclinandole verso l'esterno ed incurvano leggerissimamente la struttura agli spigoli, correggendo così l'illusione di schiacciamento dato dalle linee di fuga rette, perché la visione prospettica dal punto di vista di un normale osservatore non risulti deformata, in modo da fornire l'impressione di una assoluta perfezione geometrica, quand'anche antinaturalistica. Il tempio parla lo stesso sublime linguaggio delle statue di Fidia - Phidiam clarissimum esse per omnes gentes, quae Iovis Olimpii fama intellegunt, nemo dubitat - anch'esse modellate secondo l'applicazione della sezione aurea e dei canoni di uno schema matematico predefinito, in un organismo edilizio dal perfetto equilibrio fra tutte le parti, dove nulla è superfluo, un sistema unitario fatto di elementi autonomi, un apparente paradosso che indurrà, nei secoli seguenti , ad una lettura separata delle varie parti, dando origine al concetto di ordini architettonici come componenti tipologiche a sé stanti (pensa ai Quattro libri dell'architettura di Andrea Palladio). Come nelle statue di Fidia, la luce lambisce in controllate modulazioni le superfici che si animano di effetti materici, di sfumature chiaroscurali e, in una calibrazione perfetta tra misure geometriche esatte ed ispirazione libera, tra materia e spirito, tra ragione e sentimento, l'architettura si tramuta in scultura. E' l'accesso ad un concetto di scultura allargato e simbolico, scultura in quanto oggetto nello spazio, scultura per definire tutto ciò che prende forma per mano dell'uomo e per l'azione dell'umana intelligenza, scultura intesa come purezza della forma, fisica o metafisica, una statua, un tempio, non c'è differenza, scultura come ricerca di un'immagine, del riflesso di un'idea, forma plastica che si estende nello spazio e che ingloba la dimensione del tempo. Il risultato è un prezioso equilibrio tra intellettualismo socratico e libertà creativa, nomos e physis, riposto in quell'unica parola, tekné, che indica la capacità di "fare", di produrre "architettura", un termine, quest'ultimo, derivato dalla fusione di arché e técton con il duplice significato di impresa e di attività creativa: "nascitur ex fabrica et ratiocinatione", così dice dell'architettura Vitruvio, dalla capacità pratica unita a regolamentazione teorica. Questo intendeva Le Corbusier quando parlò di "jeu savant, clair et magnifique des volumes sous la lumière" individuando nello spirito matematico che percorre come una costante tutta l'architettura greca la stesse radici della sua architettura razionalista, quella che Flaminio Gualdoni definisce "l'architettura pensata e agita in forma plastica...interprete massima del pensiero dello spazio". | |||||
