IL PAESE DI NONSISADOVE

Racconto di Giose Rimanelli
Illustrazioni di Stefano Maria Baratti


5) PASSAGGIO

“Si potrebbe anche chiamare Esattamente Mah – come ha suggerito la mente del nostro paucis verbis Scriba Scienter, ovvero yin yang, passivo e attivo, femmina e maschio com’è giusto che sia nel suo stato di scrivente per recte et retro, in quanto scrivere è agire come sempre dissero e mai negarono i padri dei padri e i figli dei figli di... nelle loro preci di amore e avventura, e soprattutto del dire anche con il non dire...”

“Ma scusi, scusi Signore... non capisco affatto. Lei è qui, ora, e va bene, lei è anzi un conforto, e le dico anche perché: un due come noi due, Ms. Flor e Mr. Max, potrebbe essere definibile come colloquio a due – un pas de deux - e questo in termini di vita privata e teatro – amanti, in genere; un tre invece è travertino, travaux e travail, vale a dire works, e anche, alla tedesca scusami, tre vuol dire trau, schau, wem, una triade di parole che ammontano a questa sconsolante realizzazione: studia bene l’uomo con cui tratti, ossia guardati prima di fare il salto. Okay, mi guardo bene, ma che via di uscita ho ora? Tre è già folla, pluralità = città. Ora, guardi un pò qui, Signore: noi siamo qui senza nemmeno sapere perché ci siamo, e pur non sapendolo è stato necessario tenerci compagnia, o mi sbaglio?”

“No, non ti sbagli.”

“Ah, lei mi da del tu? Tu quoque... No, scusi. Il tu va anche per tumulus e turba e, in cinese, per tung che vorrebbe dire attività, azione. Qualcosa di sbagliato? Antipatici non è nessuno quando ci si ritrova persi in una cattedrale, questa grotta. E così abbiamo fatto: esser due invece di uno/nessuno, e ci siamo stretti, tenuti stretti, anche perché in montagna fa freddo, Dio che freddo, ma il fatto è anche quest’altro: il due è letto, cioè famiglia, riparo, mi sono spiegato? Ma un terzo è tutt’altro, è già qualcos’altro. Col tre inizia la guerra... intima, no no, lei crede che mi sbagli, vero? Comunque – come odio il comunque! - i fatti sono fatti: nel momento che così è, glielo dico con onestà critica, un due andrebbe bene anche con un tre, malgrado me, un’esistenza multipla che porta, dove porta e in quale porto? A una forma di poesia artificiale. Mi dispiace, devo ancora una volta – e spero sia l’ultima – citare una parola del vocabolario tedesco...”

“Che sarebbe?”

“Oh, Lady Flor, sei cara. La rosa è una rosa è una rosa è una rosa, e sai chi ha scritto questa gran frase sulla sua carta da lettere?”

“Non venne diretta a me, o a te...”

“La signora Gertrude, chi altro? Scriveva l’autobiografia di se stessa attribuendola alla sua amica + amica di casa Alice B, mentre curava gl’interessi della lost generation a Parigi anni dopo la...”

“... la Prima Catastrofe Mondiale. Vedo che la conoscenza delle cose terrene portano a vivere la terra come rivivendo la terra. Il che è importante. E importante è il portare.”


“Come lei che viene e porta, ma che porta, Carlo Porta? Io amavo Carlo Porta e anche Giacomo e Guglielmo della Porta, e persino la romana Porta Portese che mi portava subito ad Oporto, nel Portogallo dei mandarini in esilio come tutti sanno ma come solo pochi sanno si chiamava Cale al tempo dei Romani di Porta Portese che si evolse quindi in Cale e Porto Cale (da non confondere, of course, con la Kalena situata nell’antico Sannio dove soggiornò l’Annibale figlio di Amilcare nella Seconda Guerra Panica – pardon, Punica), ma afflitto dalla noia più tetra per penuria di ancelle risolse infine di menar le mani a Cannes e per quindi andare a riposarsi negli ozi di Capua); ma questo a parte Oporto è un porto che riporta a un altro gran viaggio da mal di mare di mare in mare e alla scoperta infine di questo nostro mondo di Sopra per il quale si lacrima l’aggressione nella promessa che si continuerà a viaggiare e menar le mani, mi sono poi spiegato? Ma lei, Signore... eccomi giunto al punto, che porta?”

“Il portamento e il portmanteau porto, o non vedi? La borsa è nel porre aiuto a te e a lei, al pordiosero e a quell’altro, quegli altri, por el amor de Dios. Ma importa veramente ciò che porto? Non importa. Il linguaggio è nella testa, mai nelle labbra che tramano triboli e fremono, sempre pervase di tremenda ma soffice emozione. Il linguaggio si muove, è vero, ma solo il cervello lo muove... non le labbra che baciano il vivo e il morto, e questo è bello, o che maledicano e questo anche è bello sebbene un tantino meno, di meno... No, non credo che l’emozione labiale non sia nobile o bella, usare le labbra, che per associazione fonica mi ricorda varie altre cose, come laager, labarum, La Bohème e soprattutto labor est etiam ipsa voluptas, che vorrebbe semplicemente dire il lavoro è in se stesso piacere, e però le labbra graffiano anche, come dire Gräfin, gramma e grammatici!”

“Volevo dire, scusi... mi rintrona questo parlare nella testa, anche se non vedo il parlare, mi spiego? Qui, intanto, o almeno a noi pare – a me e a lei, questo gran fiore argentino, - manca il soggetto in questo suo latinorum...

“... infatti, vorrei dire, anch’io come donna vorrei dire, dove siamo? Perché siamo qui, e dove andiamo da qui?”

“Domande giuste. In questo latinorum c’è ancora molto latino. Multi multa, nemo omnia novit. Che traduco, poveramente, in molti hanno conosciuto molto, nessuno ha conosciuto tutto. Ogni catastrofe ha domande, e spesso il tentativo di rispondere o spiegare è imperfetto. Ma vogliamo sapere, vogliamo un perché ... e questo quasi sempre accade dopo la mia comparsa, che è il Dopodiché... ”

“Eravamo in un Bar nella valle, Signore, e poi in una Grotta sulla montagna, suppongo. E adesso lei è apparso da noi, Signor Ahà, come Moby Dick apparve ad Ahab, o mi sbaglio? Con la differenza che Ahab portava l’arpione per arpionare mentre lei porta sulla fronte a noi di fronte quella strana lucetta: apparizione, o che altro? Siamo stati drogati, siamo stati sentenziati, siamo stati rapiti...?”

“Tutto è spiegabile e molto poco è spiegabile,” rispose l’uomo chiamato Ahà, senza però muovere o smuovere le sue labbra, con quell’occhietto al centro della sua fronte perlacea che impercettibilmente vibrava, rischiarando la via. E così continuò, amabilmente continuò a dire, anche se questo era solo un fruscìio plurilingue nella testa di lei e di lui che ascoltavano nel cammino, anche se a loro pareva di essere genuflessi in una chiesa. "Yes. You are the wind beneath my wings.".





La sapienza umana si è incrociata con quella divina nel tentativo di controllare il caos vicino, spiegare il mistero e inciderlo sulle tavole della legge. Maometto andò alla montagna per spiegarsi come mai quella non fosse andata da lui, e su quella stessa montagna, che chiamarono Golgota, Cristo vi salì in catene per esservi crocifisso, altro simbolo di impotenza di fronte al mistero cosmico da una parte, per necessità umana chiamato divino, e di feroce fanatismo nel mistero umano spesso chiamato di furia animale. Ma tu sei, yes, the wind beneath my wings. Nessuno finora è riuscito ad abolire la morte e il dolore sulla terra e nel cielo, il cielo conquistato dagli uccelli e dall’uomo, ecco dunque che il soggetto del latinorum potrebbe esser chiamato, a questo punto, rito di passaggio, come in ogni emigrazione,” l’uomo chiamato Ahà disse, senza mai muovere o smuovere le sue labbra, con quell’occhietto sulla sua fronte perlacea che impercettibilmente continuava a vibrare, oh sì, rischiarando la via.

“Io credo di capire, Signore: I’ve a wind beneath my wings, e dunque seguo anche se non mi pare di capire...Io sono un poeta e spesso mi chiamano Dichter nonostante sia un latino e non un teutonico ma ben uso ciò che i Greci di un tempo chiamavano dianoia, la facoltà di pensare, solo che adesso non so più cosa pensare o capire. In che mondo mi trovo, Signore, in quale altrove mi ritrovo nel cercare il mio caro paese...”

“Il paese di Nonsisadove?”

“Quello e non altro che quello!”

“Una cosa è certa,” aggiunse Ahà, la guida nel Dopodiché, “anche se il certo certamente pare suoni presunzione di certezza, per questo allora diciamo che il Mondo di Sopra è impazzito, anzi sappiamo che di tanto in tanto il Mondo di Sopra impazzisce, per cui si è creato un Mondo di Sotto della cui pazzia non sappiamo ancora nulla anche perché non abitano con noi quei tali cervelli terrestri che fabbricano e sfasciano, preferendo unicamente avere gli assoluti anzi supremi luminari dell’oscuro.”

“Ma l’oscuro non è mai stato sicuro, come mai, dunque...”

“Quel dunque è ancora Mondo di Sopra, mi dispiace. Qui il reale è immobile, e la voce è solo voce di testa, cioè falsetto in falsariga e anche falsa demonstratio.”

“Mi scusi.”

“La luce invece è per noi intuizione e non causa o ragione che apre e chiude i cancelli del buio. A deeper wound sarebbe quello di non sapere che there can be no safety se la radice che causa continuasse anche casualmente a causare senza che venisse sradicata come si fa con le piante di ortica che si arrampicano e imbavagliano il muro.”

“Ci dica allora, siccome il dunque da voi del Mondo di Sotto è stato de claro die classificato declassificato, diteci che faremo noi, io e lui, questo compagno che suona l’ukulele per dimenticare quanto stà accadendo?”

“Oh cara signora, sei Fiore e odore. Ho scritto It’s Over Now, per ukulele e altri strumenti unitamente al beau Gigi Trotta dell’agro Kalena di cui sopra, che qui ti suono – stile Eddie Lang, molisano di Filadelfia, del quale ricorre il centenario della sua vita con noi fra poco - perché non potrò più dedicarla a nessuno, e tantomeno a me stesso. Ma a te piace e te la suono, sebbene a me ancora piaccia un altro canto, che chiamo cantus firmus à la Jufré Rudel:


Imagine all the people



che vivono la loro vita in pace, che nel loro cuore ferventemente pregano per coloro che sono caduti on that black date, e per coloro che per essi piangono e compiangono e infinitamente soffrono.”




Imagine all the people



“Sì. Se fosse possibile immaginare, sì. Ma ecco, fra poco ci siamo.”

“Ci siamo, dove?”

“All’ ascensore, vorrei dire.”

“Si va di Sopra, allora?”

“No, nel di Sotto.”

“È sempre strano lo strano, uh? Oh, Bubola, che sogno vero! Che incubo vero! Passeggiavano sulla spiaggia di Vero Beach, Florida, quegli innominabili nominabili mostri dell’Afghanistan. Vero? Veritas odium parit. Oh sì, sì! Verité de fait e verité de raison, ecco il contrasto e l’eccidio. La verità che accresce l’odio. La verità derivata dai fatti, e la verità derivata dalla ragione. A quelli di Sopra allora direi – posso usare una parola tedesca? Vergeltungswaffe, che vorrebbe significare usa l’arma della retribuzione, in essa aggiungendovi il latino, in orbis terrarum, che in americano nudo e crudo vorrebbe dire retaliation, sul globo terrestre.. No, no! Ora et labora, ecco il vero messaggio. Perché allora usare un ascensore, un qualcosa che ascende, che va su, e non invece un discensore?”

“Perché i linguaggi accessibili sono quelli conosciuti, e la gente di Sopra che discende nel nostro di Sotto è abituata all’accessibilità del conosciuto.”

“Vero: a certe ovvie cose non ci si pensa, forse perché sono ovvie?” Doña Flor sospira sulla spalla di Max, commentando, ma anche come il suo compagno e l’altro, il Signor Ahà, parlando col meccanismo multilinguistico installato nella loro calotta cranica (da scoprire da chi e come!) e non con la naturale voce che esce dalla gola e viene proiettata fuori da lingua, denti, labbra e soprattutto fiato. Solo che loro non lo sapevano ancora. O era poi necessario sapere?





“Che predicatore, però!"

“Dev’essere l’Arcidiacono del Sottoterra.”

“No, niente di tutto questo,” Ahà fece, senza però muovere le labbra, ed era calmissimo, nient’affatto frustrato da quei terrestri, nonché profani, giudizi. “Noi offriamo il nostro sangue e le nostre spalle per la cicatrizzazione delle ferite e la restaurazione della pace e del commercio nel mondo...”

“... il mondo di Sopra, naturalmente, o mi sbaglio ancora una volta?”

“Solo quello è stato in pericolo finora ed in pericolo è ancora. Ma nel di Sotto noi lavoriamo per il bene del di Sopra. E questo è uno dei motivi per cui siete i benvenuti nel di Sotto.”

“Dovrei rivedere allora l’Atto IV dell’Aida, e definitivamente cantare O Terra Addio? Viva VERDI, ma noi siamo al verde. Noi siamo stati rapiti, questa è la pura verità, e dirottati, hijacked direi, esattamente come quella povera gente degli aerei appena fracassati nel di Sopra ...”

“No e sì. Con questa differenza: la nostra missione è costruttiva non distruttiva.”

“Nel mondo di Sotto?”

“Anche lì vi è un Polo Nord e un Polo Sud...”

“... sotto il mare?”

“La felicità è nel Tunnel... Questo è quanto posso favorirvi per ora. Ecco, ecco: ci siamo e ci resteremo!”

Dopo una certa liscia curva nella roccia i tre viaggiatori entrarono in un tubo di fossile rosso, incrostato di scaglie di alghe, e l’Ahà con l’occhietto vitreo sulla fronte disse qualcosa che sia lei, Doña Flor, che lui Max Niro, compresero nel loro familiare verbo di pensare e comunicare. Non si trattava di una lingua o lingue ma di vibrazioni immuni di offese, trasmesse da Ahà Dopodiché (certamente di origine meridionale), che graziosamente li guidava in questo loro gran viaggio migratorio di miedo, paura, e miel, dolcezza, nel trasparente irreale della realtà vera. Lui e lei entrarono nel tubo di fossile rosso e, tête à tête, si ripeterono l’antica e sempre nuova preghiera Miserere mei, Domine.

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Il Paese di Nonsisadove

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