"Que eu canto o peito ilustre Lusitano, a quem Neptuno e Marte obedeceram"
(Luís De Camoes: "Os Lusíadas")

LISBOA

Il vecchio che mi porta al terzo piano del "Borges" mi fa pena: calvo, magro magro, così alto e così curvo sotto il peso del naso adunco. Occhi rassegnati, avviliti, gli stessi del fedele segugio di Salazar, il patriarca oggi deposto. Non ho nemmeno da dargli una valigia, ma a giudicare dalla sua andatura è come se trasportasse la pesante illusione di un bagaglio di altri tempi, proveniente da carovane di fachiri o da entourage diplomatici. Con la smorfia dignitosa e quasi disinteressata del gran servitore - ovvero del butler - mi indica il fondo di un corridoio che odora di frittura e sul quale spietati vapori di neon mettono in rilievo un passato remoto di cornicioni un tempo austeri, oggi prossimi all'irreversibile disfacimento.
L'Hotel Borges, sulla Rua Garrett, è una fastidiosa ripetizione di tappeti rosa su corridoi infiniti, un edificio prossimo all'estinzione. Anche il mio ometto - assorto nella sua ricerca - sta morendo, ma con stoica disinvoltura. Pare, infatti, che zitto zitto lui riesca a sopportare o sopprimere la gravità del tormento di un labirintologo che all'avvicinarsi della sua fine, è votato ad avvalersi all'istinto dell'errare. Digrigna i denti tra incroci alternati, ascensori e simmetrie da smarrimento, e finalmente raggiunge la 226. Si china a rovistare i calzoni, frugandosi le tasche di un panciotto d'altri tempi (una cosa a righine che gli sta troppo stretta alla vita) dove trova il suo passe-partout. E con un "voilà la chambre" detto sottovoce, apre la porta e mi fa segno di entrare.

BAIXA
Adesso siedo al centro dello stanzone della 226, una doppia con bagno, arabeschi di merletti e tanta umidità. Il freddo di Lisbona mi penetra nelle ossa. È Gennaio. Da fuori giunge un sibilo di vento variabile, senza troppi rinforzi, un freddo ipotetico. Ci fumo sopra una Chesterfield, tanto per fare anch'io l'americano, o l'Hemingway d'altri tempi. Il soffitto è quasi irraggiungibile e due porte-finestre producono altrettanti balconcini che danno sulla Baixa, centro culturale e commerciale di Lisbona. Dalle sagome eleganti di palazzine tardo-ottocentesche si moltiplicano lanternoni medievali e centinaia di mattonelle azulejos. Le chiese sono quelle dei Gesuiti, qui la gente lavora e fa sul serio. C'è una fame arretrata di cultura e di paste. Le librerie si alternano alle pasticcerie. Ai testi integrali di classici antichi e moderni si mischiano torte meringate, crostate di frutta e mandorlati. Vanno a ruba Dante Alighieri e Cervantes, Bulgakov, Pessoa e Molière, unitamente a budini di riso dolce e bignè farciti al cioccolato ed amarena.
La gente avanza e sputa nei marciapiedi - forse tra i più belli del mondo - intarziati di bianco e grigio in un mosaico quasi grisaille. Qui sputare è sinonimo di libertà e sputano anche le donne. E sempre sputando, con la falcata veloce di chi simula una gran fretta, la gente si ferma all'improvviso davanti alle vetrine. Tutti guardano e non compra niente nessuno. Nella Baixa si acquistano solo testi post-strutturalisti, cultura varia e dolciumi. Poi gonfi di paste e carichi di libri, i passanti salgono sui loro tram dalle carrozzerie vivaci e cromate, con gli interni arredati in legno. Gli electricos, come dicono loro, si muovono veloci grazie alle contorsioni acrobatiche delle rotaie sullo scartamento ridotto di linee spezzate, che appaiono e scompaiono nella gerarchia di un complesso urbano organizzato in base a principi di subordinazione. Questi veicoli sono il simbolo eclatante di una capitale quasi refrattaria alle grandi innovazioni tecnologiche e di omologazione commerciale. Intanto tace l'Internet, tacciono i computer, le radio e le televisioni a colori. Al limite, qualche telefonino fa la sua timida apparizione a bordo di vecchie Citröen che non vedevo da più di vent'anni. La poca pubblicità televisiva si limita a promuovere la linea di un prodotto senza libidinose pretese di coagulante sociale. Forse questo è l'unico paese al mondo dove i televisori Mitsubishi da 16 pollici, esposti sulle vetrine dei negozi di elettrodomestici, trasmettono programmi interrotti da guasti di trasmissione, ottenendo l'effetto contrario alle esigenze proprie della vendita. Pare che dicano: "non comprate questa roba, tanto da noi i satelliti non funzionano".
Ma tale dicotomia pare abbia radici profonde. In Portogallo "mandare in onda", "scaricare" o "trasmettere" sono concetti ancora strettamente legati ad una tradizione orale, liturgia e prassi di un popolo che coniuga tutto al presente. Alla passività dei mass-media viene quindi contrapposta la casbah dell'Alfama, il più antico quartiere di Lisbona, un tempo centro nevralgico dei saraceni. Qui il labirinto di viottoli a zonizzazione rigida fermenta un'eterna mercanzia di parole e gesti sconosciuti anche al più abile glottologo. Le abitazioni ad alto insediamento gerarchico, con un'architettura irrazionale di aggrovigliamenti e ramificazioni di giravolte e ritorni, finestre inaccessibili e scale rovesciate, creano un effetto ed un inganno asimmetrico dove solo pavoni, galletti, asini bardati e piccoli furfanti di una civiltà oggi sepolta, continuano a passeggiare indisturbati in un mondo privo di qualsiasi intenzionalità. I mercanti, adagiati nella penombra di un vicolo cieco, vendono anguille affumicate su cartocci oleosi maleodoranti di urina, unitamente a mostruose foglie di lattuga. I loro pronipoti rubano macchine fotografiche digitali ai turisti norvegesi più sprovveduti. I gatti e gli usignoli in gabbia sono rei di complicità a delinquere. Le ombre dei pochi poliziotti restano incastrate tra la folla e regna il caos primordiale del labirinto e del corridoio senza uscita, di echi riverberati, frasi non dette, mani disegnate su corbelli di frutta, frutti maturi su mani voluttuose, bacini che flettendosi nell'amplesso continuano a rigenerare nel fango la speranza e il bitume della vita.
Eppure, da questo balcone, sporgendomi, potrei fare un discorso e volendo potrei anche arringare le folle sottostanti. Ma Lisbona è stanca. Anche qui pervengono i McDonalds e gli Starbucks. Il tempo ideale si è già esaurito ed è giunta l'ora dell'esodo borghese. Vige la transumanza nell'ora di punta. La città arranca le sue greggi e riversa il traffico più intenso su schemi urbani ad albero a configurazione ora cellulare, ora parallela. Alle cinque della tarde i Lusiadi di Camoes non si cimentano più nei vertiginosi ruoli di Vasco da Gama. Oggi sostituiscono l'avventura con il preponderante conformismo degli impiegati statali in uniforme grigio ardesia che rotolano, sospinti dall'inerzia di una discesa, dentro i caffè fin-de-siècle. Qui, tra le cornici art nouveau è in risalto il graffito "Bush go home" e mi accorgo che le vetrate colorate sulla falsariga di William Morris sono ancora facile bersaglio di qualche sassata proveniente dallo sporadico ecologista casseur sfasciavetrina. Il consenso della maggioranza è latente. Gli impiegati approvano la sassata, a condizione che sia ben lanciata e che danneggi solo quello che si proponeva di danneggiare. Poi tornano a sorseggiare il bicchierino di Porto branco, addentano una polpetta di carne e si guardano intorno. Scarseggiano i portaceneri e le donne. Soprattutto le donne.
Da più di sei ore, seduto davanti alla Perfumaria, il venditore ambulante della lotteria è un arabo che emette una specie di fado, un lamento a strofe ritmate, forse ad endecasillabo sciolto, bello quanto incomprensibile. Continuo a capire e non capire lo schema metrico che prevede un'estrazione con in palio alcune centinaia di milioni di escudos. Si tratta di una frase portoghese pronunciata con un filtro prosodico arabo, vocali brevi seguite da singole consonanti, un verso gutturale e sordo, quasi espettorato con rabbia: "munsarih / dinheiro da vitória / hazaj / seu afortunado dia / muqtadab..." Quindi vende il suo bilhete, sputa, tira una boccata di fumo riattacca la filastrocca preislamica, scatarrando i suoi piroli e dimetri incomprensibili ai passanti.

ROSSIO
Si è fatto tardi, è ora di cena. Lascio la 226, scendo. L'ometto curvo curvo mi apre una porta già aperta di un saliscendi senza porta. Quindi anticipa la mia domanda con la sagacia del viveur e, serio, mi dice "Rossio" ed io gli faccio: "Pode dizerme em que direcçao fica..." L'ometto sorride e mi indica il buio di un incrocio che pare deserto, "Praça Dom Pedro, em freinte, pois direito." Una volta fuori non sono nemmeno le nove e mi accorgo che Lisbona "by night" è una grossa Trieste senza troppe pretese dove Eiffel ci ha costruito un ascensore monumentale che ti porta in paradiso. Lunghe file di taxi attendono clienti sulla Praça Dom Pedro. Attendono anche delle ombre di meretrici riflesse sullo stesso teatro dove stasera danno un balletto surrealista con la musica di Satie e sfondi atmosferici di Picabia. Lo scalpitìo dei tacchi a spillo delle signorine dalla carnagione scura che passeggiano intorno alla statua equestre di Dom Pedro (sulla fattispecie di un Gattamelata con la corazza piena di sterco di piccione) è l'unico rumore che si riverbera nella fredda piazza praticamente vuota. Passo davanti ad un locale denso di fumo e dolci. Dentro, una calca si affanna a richiedere bicchierini di carcavelos all'unico barista con un grembiule da bidello. Entrando mi sento puntati addosso gli sguardi dei presenti. È qui che le minoranze etniche angolesi, come per rivendicare schiavitù ancestrali, masticano colossali pagnotte di frutta candita e si scambiano piccoli involucri di eroina, fatta in casa, come il rosolio. Qualcuno mi afferra un braccio e mi chiede, con un inglese maccheronico: "Hey, man. You want buy some sugar? Very good sugar." Ringrazio educatamente in tedesco e prendo congedo. Ho fame. M'infilo dentro un taxi, una piccola Peugeot dalla tettoia verde bottiglia e l'autista mi consiglia un locale a trecento metri dalla piazza, una trattoria dove fanno - mi assicura - un eccellente caldo verde. Il locale è vuoto, tranne per un gruppetto formato da due donne ed un uomo. Ogni tanto si alzano, a turno, per avviarsi al cesso, ridendo. I rumori del ristorante sono quelli che sono. Non c'è musica di sottofondo, ma la zuppa del caldo verde è veramente squisita. Ho perfino ordinato il bacalau alla brace con patatine. Ma ecco entrare due sbirri in uniforme celeste, uno di loro estrae un foglio e comincia a parlare all'oste, che quindi torna in cucina. Il gruppetto delle due donne e dell'uomo se ne va, con falcata sospetta, quasi latitante. Rimaniamo solo io e gli sbirri. Quando riappare l'oste la discussione pare trasformarsi in un battibecco. Prima non capisco, poi invece mi rendo perfettamente conto dell'accaduto. Gli sbirri sono venuti ad arrestarmi la cuoca, una minorenne paffutella di Portimao, senza libretto del lavoro. Addio bacalau alla griglia e patatine.
Una volta fuori dalla trattoria mi guardo intorno e mi sento cittadino italiano residente in America, quindi cittadino americano in Europa, quindi cittadino Europeo che vivendo all'estero viene a smarrirsi nella notte fredda di Lisbona. Poco importa. Anche questa, teoricamente, è casa mia. Sono venuto qui per questo. Ho in tasca un pezzo di carta, sul quale ho annotato le parole di Fernando Pessoa, come si leggono in cima alla torre di Belem, roccaforte delle più importanti circumnavigazioni di tutti i tempi:

Todo o começo é involuntário
Deus é o agente
O herói a si assiste, vário
e inconsciente
à espada em tuas maõs achada
Teu olhar desce
"Que farei eu com esta espada?"
Ergueste-a, e fez-se.

Si sente provenire da lontano il suono di una fisarmonica. Mi accorgo che il mio taxi, a mia insaputa, era lì ad attendermi. Potrei salire in auto e tornare al Borges. Ma gli faccio cenno di no.
Voglio continuare a smarrirmi su questo marciapiedi. Amo questa città.
Scrivo Lisboa sul retro del mio taccuino.

Stefano Maria Baratti.