DE RE AEDIFICATORIA
a cura del dr. arch.
Vilma Torselli


tema:
 GROUND ZERO 


Illustrazione: Stefano Maria Baratti
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 FRANK LLOYD WRIGHT 

 NORDDEUTSCHE
LANDESBANK 


 TEOTIHUACÁN 


de re aedificatoria

 ArtOnWeb 


La tua domanda su un'ipotesi di destinazione d'uso o di soluzione progettuale per l'ormai famoso ground zero di Manhattan mi mette in seria difficoltà: non è una risposta facile né sarà facile per chi progetterà la ricostruzione, qualunque sia la sua capacità o la sua esperienza.

Mentre da una parte, con efficienza e pragmatismo tutto americano, già si stanno studiando progetti di ricostruzione e di consolidamento di tutta la zona, dall'altra una larga parte di opinione pubblica, con il sostegno dei media, sembra puntare soprattutto su un tema ad effetto, peraltro unanimemente sentito e dibattuto, di grande presa su una collettività ancora emotivamente traumatizzata, il tema del ricordo: si discute se, come, in che misura, entro quali limiti, in quali modi si debba collocare in quell'area la testimonianza fisica di ciò che è accaduto, il concreto segnale di un avvenimento unico per eccezionalità e tragicità, da tramandare alle future generazioni di americani, precludendo ogni tipo di ricostruzione.

Mentre non posso fare a meno di considerare che la ricostruzione del WTC potrebbe, paradossalmente, essere una forma di ripristino e perpetuazione della memoria restituendo ad una generazione di Newyorkesi una presenza determinante del loro passato, riconosco che il ricordo, certamente qualcosa di prezioso, si traduce solitamente in simboli celebrativi, legati ad una forte carica emotiva, un monumento, un memoriale, un mausoleo, un museo (e le proposte in merito vanno in queste direzioni): il termine stesso, "ricordo", che deriva etimologicamente dal latino cor-cordis, porta con sé la valenza emozionale legata ad un accadimento di determinante importanza psicologica, che, in qualche modo, colpisce "al cuore". Io che, come sai, non amo i monumenti, preferisco un altro termine, "memoria", che è "funzione generale della mente, consistente nel far rinascere l'esperienza passata, che attraversa le quattro fasi di memorizzazione, ritenzione, richiamo, riconoscimento" (Nicola Zingarelli, "Vocabolario della lingua italiana").

C'è, tra i due termini, una differenza sostanziale, tanto che definirei il ricordo un atto passivo, innescato dalla vista del monumento, del mausoleo, del museo, e la memoria una funzione attiva, che permette, con atto della mente razionale ed emotivo insieme, di ricostruire ricordi interiorizzati e divenuti parte del patrimonio mentale.

Nelle città italiane, la memoria è rappresentata dai centri storici, cristallizzazione del passato dei luoghi, dove, per ricordare, non c'è bisogno di monumenti, basta camminare su antiche pietre e rasentare, per esempio, i fori imperiali a Roma, le mura spagnole a Milano, i porticati di Sottoripa a Genova, sedimentazioni di secoli di storia che vivono accanto a noi, in continuo divenire assieme allo scorrere delle nostre vicende umane.

New York è la città, nel mondo, che più demolisce, ricostruisce, amplia e rinnova il suo patrimonio edilizio ed urbanistico, il passato non ha tempo di solidificare, ciò che si evolve è un continuo presente che rincorre il futuro, lo spazio vuoto di ground zero è un'anomalia accidentale, alienante ed estraniante, è un baratro, nel quale è precipitato un po' dell'orgoglio americano, che ha inaspettatamente dato luogo a ciò che Francesca Iovino definisce " la realtà immaginifica dei non luoghi...nella metropoli contemporanea, in cui i limiti del costruito e del non costruito divengono confini tangibili, in cui si accresce l'identità di simulacri di spazi inerti ma peculiari per il loro posizionamento nella maglia urbanizzata e per l'attitudine a stabilirsi come zone di irrealtà, in cui l'utopia può essere effettivamente realizzata…..aree localizzate di contro-realtà o di realtà diversificate" che "con il territorio costruito che le circonda sviluppano funzioni specifiche di interzone, di bacini di spazi illusori ed in divenire, come elementi di distacco programmato...".

Ed ecco che la presa di coscienza delle potenzialità immaginifiche del luogo e il disorientamento emozionale davanti all'eccezionalità dell'accaduto possono essere in grado di attivare una metodologia spontanea, un interesse esplorativo per le intrinseche possibilità di trasformazione e scatenare il processo progettuale di una urbanizzazione d'emergenza che non sia semplice sovrapposizione di spazio su spazio, luogo su luogo, ma irripetibile occasione per reinventare la semantica dell'architettura, per operare una reinterpretazione spaziale, in grado di "produrre un processo epifanico di rivelazione di un diverso uso per una diversa fruizione".

Sono sgomenta di fronte all'effetto agorafobico (passami il termine) di un'area vuota di più di sei ettari, in una città dove il verticalismo non è solo una scelta strutturale ma un modo di concepire la vita, un assetto sociale, politico, economico, sono favorevole ad una ricostruzione che parta dal ground zero delle coscienze, da una catabasi nella parte oscura di una cultura che si è rivelata fragile e vuota di significati interiori e che deve scoprire in sé stessa come arrivare ad una rifondazione dei valori su cui si sorregge.

Per la prima volta a New York, le macerie, quelle del WTC, non sono il risultato di una delle tante operazioni di demolizione-ricostruzione, sono la tabula rasa, la prima stratificazione di un passato del quale bisogna cominciare a costruire la memoria, perché credo che abbia ragione chi ha detto che un popolo, se non sa da dove viene, non sa nemmeno dove sta andando.

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